Rwanda: la missione dopo il genocidio/1
A proposito di una lettera di Benedetto XVI
La sala stampa della Santa Sede ha reso noto in questi giorni il testo del messaggio che Benedetto XVI aveva inviato lo scorso 3 aprile al Presidente della Repubblica del Rwanda, Paul Kagame, in occasione della giornata annuale di commemorazione dell'inizio del genocidio del 1994, che causò la morte di oltre 800.000 civili tutsi ma anche hutu.
Nel messaggio, il Papa, rilevando che la giornata di commemorazione ha coinciso quest'anno con il Sabato Santo, osserva che per i credenti questo giorno non è un sabato come gli altri, ma uno dei giorni più importanti dell'anno liturgico, e che anche per tutti i Rwandesi quest'anno sarà una giornata differente, perché memoria delle centinaia di migliaia di innocenti massacrati, tra i quali si possono contare numerosi sacerdoti, religiosi e religiose. Il Santo Padre, unendosi al lutto e alla preghiera di tutta la nazione, auspica che tutti i rwandesi si impegnino a favore della riconciliazione, nella verità e nella giustizia, e ricorda che la fede cristiana vissuta con coerenza e pienezza costituisce un aiuto efficace per superare un passato di errori e di morte, oltre a stimolare la fiducia nella possibilità offerta a tutti di edificare un futuro migliore riscoprendo la novità dell'amore. La Chiesa - ha affermato il Papa - conosce gli effetti del "mistero dell'iniquità" (cfr. 2 Ts 2, 7), ma sa anche che la morte non ha l'ultima parola, perché è stata vinta dalla "morte vittoriosa" del Figlio di Dio.
Il genocidio del Rwanda non è un capitolo chiuso e continua ad interrogare la coscienza dei cristiani, non solo africani.
Per questo riproponiamo ai nostri lettori un percorso di approfondimento, con alcuni articoli e interviste. Iniziamo con una riflessione sul genocidio, sviluppata all'indomani degli eventi, che pone domande di fondo attualissime: ripensare la missione dopo Kigali vuol dire ripensare radicalmente anche la presenza cristiana in Europa.
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RIPENSARE LA MISSIONE DOPO KIGALI*
di Emilio Grasso
Nel 1944 Raphael Lemkin, professore di diritto internazionale all’università di Yale, pubblicò un’opera sull’occupazione delle potenze dell’Asse in Europa. Il capitolo IX di questo studio s’intitola Genocidio. La parola è nuova poiché, come spiega Lemkin, dei nuovi concetti di distruzione sono apparsi.
Il genocidio costituisce una guerra totale non contro gli Stati e i loro eserciti, ma contro i popoli, nell’intento di affermare una pretesa superiorità biologica. Per pervenire a questo intento, conformemente a un dettagliato piano prestabilito scientificamente, vengono prese misure di ordine politico, sociale, culturale, economico, biologico, fisico, religioso e morale miranti alla distruzione d’un popolo.
Si disse, cinquanta anni fa: «Mai più». Lo si disse in tutte le lingue. Per un attimo si è creduto che con l’annientamento della bestia nazista il mondo finalmente trovasse un tempo di pace e di prosperità. Ma l’illusione è durata un tempo infinitesimale.
Oggi, cinquanta anni dopo il genocidio del popolo ebraico a opera dei nazisti (e non dimentichiamo, seppur con caratteristiche differenti, il genocidio del popolo tzigano), un altro genocidio viene perpetrato nel cuore dell’umanità. Perché non dobbiamo misconoscere che il crimine compiuto in Rwanda nel 1994 è un genocidio. Anche se il tempo del revisionismo, col tentativo di occultare e ridimensionare la portata dei fatti, è arrivato quasi subito.
Filosofi e teologi s’interrogano sul come si possa parlare di Dio dopo Auschwitz. Come parlare della bontà e della onnipotenza di Dio dopo il silenzio di Auschwitz.
Cinquanta anni fa, la mattina del 9 aprile 1945, venne impiccato nel lager nazista di Flossenbürg Dietrich Bonhoeffer. Mentre la storia affondava nel baratro dell’irrazionalità e silenzi complici o vili facevano mancare la voce profetica delle Chiese, Dietrich Bonhoeffer, pastore e animatore della Chiesa confessante, suggellava con la morte la sua professione di fede.
Nel tempo in cui «la Chiesa era muta quando avrebbe dovuto parlare», Dietrich Bonhoeffer ricordava che non con la fuga verso nuove forme liturgiche, verso l’estetica religiosa, la meditazione e il canto si sarebbe riempito lo spazio proprio dell’essere cristiano.
Si vive questo spazio comprendendo la profonda dimensione terrena del cristianesimo, ricordando che solo nella totale dimensione terrena della vita s’impara a credere.
Bonhoeffer affermò e visse fino alla morte la sua passione per il canto, ma alla condizione che «solo chi alza la voce a favore degli ebrei può cantare gregoriano». Si canta nel cuore della conflittualità devastante del nostro mondo e non in artificiali luoghi separati, nella pace artificiale di chi si nasconde alle angosce e speranze, gioie e sofferenze degli uomini del proprio tempo.
Nell’approssimarsi della morte, nel trionfo delle forze oscure del Male, nel silenzio di Dio, Bonhoeffer scrive che «Gesù non si occupa della proclamazione o della realizzazione di nuovi ideali etici, e neppure della sua propria bontà (Mt 19, 17), ma esclusivamente dell’amore per l’uomo reale... Per il suo amore disinteressato Gesù abbandona la propria perfezione ed entra nella colpa umana per caricarsene... Colui che essendo responsabile vuol sottrarsi alla colpa si separa in pari tempo anche dal mistero redentore di Gesù Cristo, l’innocente che prende su di sé il peccato, e non partecipa alla giustificazione che si fonda su quell’evento. Egli attribuisce maggior valore alla propria innocenza che alla responsabilità per gli uomini, e non vede la colpa tanto più imperdonabile di cui così si carica, non vede che la vera innocenza si manifesta appunto nell’essere solidali con la colpa di un altro uomo per amor suo. Il fatto che l’innocente amando disinteressatamente diventa colpevole è, in Gesù Cristo, parte essenziale dell’azione disinteressata».
Se circa il genocidio nazista molti si giustificarono con il rituale «non sapevamo...», del genocidio in Rwanda, della questione curda, della catastrofe jugoslava o di tutti gli altri dossier aperti nelle piaghe della nostra umanità di oggi noi non potremo dire che non sapevamo.
Scrive Todorov che «ai nostri giorni non vi sono più retate di ebrei né campi di sterminio. Eppure noi dobbiamo mantenere viva la memoria del passato: non per domandare riparazione per l’offesa subita, ma per essere allertati su delle situazioni nuove eppure analoghe. Il razzismo, la xenofobia, l’esclusione che colpiscono gli altri oggi non hanno la stessa identità di quelli di cinquanta, cento o duecento anni fa; noi in nome del passato non dobbiamo agire di meno sul presente...».
La conoscenza dell’orrore del passato ci chiama non a rinchiuderci nella memoria, ma a elevare la nostra voce contro l’orrore che si compie a pochi chilometri da noi.
Noi non possiamo ignorare che la missione della Chiesa, dopo il genocidio in Rwanda, non potrà più essere la stessa. Kigali, come Auschwitz, segna un tempo di non ritorno. Dobbiamo fermarci e cercare di capire. Cercare di capire perché il Dio del sangue, dell’etnia, della razza, della particolarità, della stirpe ha vinto sul Dio della libertà, dell’universalità, della comune famiglia umana.
Kigali ci interroga tutti in profondità. Dobbiamo cercare di capire, dobbiamo interrogare e interrogarci sul nostro modo passato e presente di far missione.
Quante illusioni ci siamo creati e abbiamo sparso a piene mani nelle tante fughe alienanti estetico-religiose, o pseudo-liturgiche, che nascondevano una patologia del sacro e il rifiuto di affrontare i nuclei della rivelazione giudeo-cristiana. L’incenso e l’offerta, la festa e la preghiera, senza la giustizia all’oppresso, all’orfano, alla vedova, quando le nostre mani grondano sangue, non sono accette a Dio.
Al termine d’un suo studio sulla morte di Gesù alla luce della tradizione africana, il teologo senegalese Benjamin Ndiaye conclude che Gesù sarebbe stato certamente condannato per attentato alla tradizione venerabile in una società africana fondata su di essa.
E allora bisogna interrogarci: dietro tante conversioni di massa non v’è forse l’evacuazione della Croce di Gesù, lo svuotamento del carattere conflittuale del Vangelo presente in tutti i tempi e per tutte le culture?
Ripensare la missione dopo Kigali vuol dire anche ripensare se noi abbiamo solo effettuato un’operazione di sostituzione religiosa, oppure abbiamo annunziato la novità di Gesù che abbatte i muri di separazione di sangue, razza, storia, famiglia, cultura, tradizione e forma una nuova famiglia, un segno elevato al di sopra delle nazioni, con uomini di diverse origini razziali, sociali e culturali.
Profetiche, in tale ottica, le parole del Vescovo rwandese mons. Thaddée Nsengyumva, che aveva regolarmente denunziato le violazioni dei diritti dell’uomo: «Il messaggio cristiano non è passato. Dopo quasi un secolo di evangelizzazione si deve ricominciare tutto da capo. E in altre maniere. Poiché i migliori catechisti, quelli che riempivano le domeniche le nostre chiese, sono stati i primi a uscire con le machettes in mano».
Ma ripensare la missione dopo Kigali vuol dire per noi ripensare anche radicalmente la nostra presenza in Europa.
Come va ripensato Dio dopo Auschwitz così va ripensata la missione dopo Kigali, sia nel luogo dove essa si svolge che nel luogo di origine.
Noi partimmo per l’Africa con la presunzione di avere qualcosa da dire e da fare, senza aver prima regolato i nostri conti nelle nostre terre d’origine. Questi conti, ancora da saldare, prima o poi ci vengono ripresentati.
Kigali, per chi vuole intendere, presenta pesantemente i conti alle Chiese d’origine in Europa. Questi conti vanno onestamente pagati.
Ripensare la missione dopo Kigali vuol dire anche ripensare tutte le nostre compromissioni in Europa, le nostre divisioni, le nostre paure. Non si può dire con credibilità una parola lontano, quando non si è capaci di dirla prima in casa nostra. Non si può applaudire compiacenti chi ci è vicino, quando invece condanniamo duramente e per molto meno chi è lontano.
Ecco perché, al di là di tutte le dovute analisi storico-culturali-antropologiche, se vogliamo capire Kigali dobbiamo capire Auschwitz. Auschwitz, nel cuore dell’Europa cristiana. Auschwitz, «Golgota dell’umanità», nel silenzio di Dio e degli uomini.
E per capire ciò dobbiamo andare alle radici profonde dell’uomo, alla sua passione, alla sua generosità, alla sua vigliaccheria, al suo egoismo, al suo amore, al suo odio, alla sua insospettabile e improvvisa ricchezza, alla sua sconfinata miseria.
Perché lì nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, si gioca Auschwitz e Kigali. Auschwitz e Kigali che non sono riducibili alle sole analisi storico-culturali, socio-economico-politiche.
V’è un di più, v’è un oltre. V’è l’irriducibile del cuore dell’uomo. Il suo mistero di libertà, di amore, di odio.
Questo vogliamo capire. Su questo vogliamo incidere. A partire da noi stessi. Affinché, veramente, mai più, mai più, si debba aggiungere un altro nome, per colpa nostra, per colpa della nostra omissione, alla catena di sofferenza degli uomini di tutti i tempi e di tutti i continenti.
* Pubblicato in E. GRASSO, Il mattino che viene. Comunità cristiane nel postmoderno, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1995, 61-66.
25/05/07
(continua)
Cfr. Y. Ternon, L’Etat criminel. Les génocides au XXe siècle, Paris 1995.
Cfr. C. Braeckman, Rwanda. Histoire d’un génocide, Paris 1994; cfr. A. Destexhe, Rwanda. Essai sur le génocide, Bruxelles 1994.
Cfr. J.-P. Chrétien, Rwanda 1994. Mémoire ou négation d’un génocide?, in «Esprit» n. 210 (1995) 99-110.
Sull’argomento esiste ormai una vasta bibliografia. Segnaliamo, tra gli altri, come introduttivi al problema: A. Neher, L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Casale Monferrato 1983; H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, in «Il Mulino» 35 (1986) 438-452. Tutto il fascicolo 5 (1984) di «Concilium» è dedicato al tema L’Olocausto come interruzione: un problema per la teologia cristiana. Cfr. il numero speciale di «Istina» 36 (1991) 225-352.
Cfr. R. Wind, Dietrich Bonhoeffer, Casale Monferrato 1995.
D. Bonhoeffer, Etica, Milano 1969, 202-203.
T. Todorov, Les abus de la mémoire, Paris 1995, 60-61.
Cfr. B. Ndiaye, La mort de Jésus au miroir de la tradition, in P. Diarra - N. Diatta - J. Doamba et autres, Pâques africaines d’aujourd’hui. Sous la responsabilité de J. Doré - R. Luneau, (Jésus et Jésus-Christ 37), Paris 1989, 131-145.
C. Braeckman, Rwanda..., 238.
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