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Se il cuore non cambia...*

di Emilio Grasso


I l territorio dell'attuale Turchia è stato il luogo in cui il cristianesimo s'è aperto al mondo ed in cui la Chiesa è divenuta realmente cattolica, cioè universale.

Ha scritto Mons. Luigi Padovese, già preside della Pontificia Università Antonianum e attualmente Vicario Apostolico dell'Anatolia, che non sembra eccessivo affermare che la Turchia ha costituito il privilegiato luogo d'incarnazione della comunità cristiana. Ciò appare tanto più vero quando, da questa affermazione di principio, si passa ad evocare dei nomi che per il cristiano sono più che semplici indicazioni geografiche: Antiochia, Tarso, Efeso, Smirne, Colossi, Laodicea, Iconio, Listra, Troade, Mileto, Galazia, Nicea, Costantinopoli, Calcedonia... Sintomatico è il fatto - scrive sempre Mons. Padovese - che su cinquanta località che alla fine del I secolo dopo Cristo ebbero delle comunità cristiane, ventiquattro appartenevano a questa regione dell'impero.

Ma l'importanza di questa terra nella vita della nostra fede è anche data dal fatto che tutti i grandi avvenimenti della religione cristiana del II secolo ebbero in Asia Minore il loro inizio e qui, principalmente, si combatterono le grandi battaglie della Chiesa per l'affermazione dei dogmi della fede. Basti appena menzionare che i primi otto concili ecumenici ebbero tutti luogo nell'odierna Turchia.

È qui che il cristianesimo trovò numerosi fedeli che accreditarono la loro fede con la testimonianza del sangue: Antipa, unico martire nominato nell'Apocalisse, Ignazio d'Antiochia, Policarpo di Smirne, l'intera comunità di Eugenia bruciata viva in un luogo di culto, i quaranta soldati di Sebaste...

Ma la comunità dell'Asia Minore fu anche la culla di quella teologia inginocchiata, e non di biblioteca, che fu descritta in un magistrale e fondamentale articolo di von Balthasar. I manuali di storia della Chiesa abbondano in nomi di Vescovi, di scrittori ecclesiastici, di teologi vissuti in questi territori. Basti pensare a Teofilo d'Antiochia, Melitone di Sardi, Ireneo di Lione, originario di Smirne, Giovanni Crisostomo e soprattutto ai tre grandi Padri cappadoci: Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo.

Oggi, la presenza cristiana in Turchia è ridotta a circa lo 0,15% della popolazione. Uno 0,15% ben diviso in se stesso e in cui ognuno è geloso delle sue tradizioni, della sua identità, dei suoi diritti di primogenitura ed ha paura che altri attinga fedeli nelle sue file.

E così questo residuale 0,15%, diviso nel reciproco sospetto tra armeno-ortodossi e armenocattolici, greco-ortodossi e greco-ortodossi di lingua araba, siro-ortodossi e siro-cattolici, latino-cattolici e siro-cattolici, caldei e fratelli di altre confessioni cristiane, vive tra interne ed esterne afflizioni la gloriosa eredità che costituisce, per riprendere le parole di Mons. Luigi Padovese, "il privilegiato luogo d'incarnazione della comunità cristiana".
A rendere ancor più pressanti le domande sulla situazione di oggi è il vedere, passando nelle città e nei villaggi, che la quasi totalità delle chiese cristiane è stata trasformata in musei, moschee, scuole, biblioteche o granai.

 Un viaggio in Turchia interroga la nostra fede. Al di là dell'indicibile bellezza dei luoghi, della generosità e ospitalità dei religiosi e religiose presenti sul territorio, della "sana inquietudine" che ti viene comunicata nell'aprirsi del cuore di giovani sacerdoti; al di là del discorso evangelico del chicco che muore per dar frutto e della speranza evangelica che non deve vacillare; al di là di questi ed altri discorsi, ritorna martellante la domanda di Gesù alla folla riguardo a Giovanni: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto?" (Lc 7, 24).
Questa domanda interroga ognuno di noi. È questo, mi sembra, il grande servizio che possono continuare a svolgere le Chiese di quei territori ove la comunità delle origini è diventata realmente cattolica e ha così permesso la nostra esistenza. Le Chiese particolari possono scomparire e tramontare. Ancor più le singole comunità religiose o le famiglie che ci costruiamo o gli istituti e le opere che, non più rispondenti ai bisogni e alle aspirazioni del tempo, spariscono sepolte nella polvere. La garanzia di durata perpetua sino alla fine del mondo, che è stata data alla Chiesa nel suo insieme, non è necessariamente accordata a singole istituzioni1.
Mi sembra che, se leggiamo la realtà con occhi di fede, è questo il grande messaggio che la Turchia ci consegna alla vigilia dell'anno paolino, proclamato da Benedetto XVI.

Esso è un appello alla vigilanza, alla conversione, alla povertà. Questa povertà ce l'hanno comunicata i grandi Padri della fede che da queste terre fecero risplendere la luce del Figlio di Dio e Figlio di Maria a tutti i popoli della terra.

Essi ci chiamano - come scriverebbe von Balthasar - all'ascolto dell'annunzio evangelico, nella tabula rasa d'un cuore che tutto attende e nulla precorre e anticipa.

Senza questa povertà, noi non possiamo riconoscere la grazia di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, affinché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr. 2Cor 8, 9).

Se il cuore non cambia, anche questo Natale passerà invano per noi e nessuno potrà assicurarci che, come persone o istituzioni particolari, ci sarà ancora dato di vederne un altro.
Ha scritto Antoine de Saint- Exupéry nel suo capolavoro Il piccolo principe: "Quando ero piccolo, le luci dell'albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte, la dolcezza dei sorrisi, facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo.
Da te, gli uomini - disse il piccolo principe - coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano...
Non lo trovano - risposi. E tuttavia - aggiunse il piccolo principe - quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po' d'acqua... Certo - risposi. E il piccolo principe soggiunse: Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore"2.





* in "Missione Redemptor hominis" n. 82 (2007) 1.


1 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, La vita consacrata nella Chiesa. Udienza generale (28 settembre 1994), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII/2, Libreria Editrice Vaticana 1996, 405.
2 A. DE SAINT-EXUPÉRY, Il piccolo principe. A cura di R. MASTROMATTEI, Bompiani, Milano 1980, 126-127.


24/12/07

 
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