Proseguiamo la riproposizione ai lettori degli articoli sulla missione dopo Kigali e l'intervista...
A DUE ANNI DAL GENOCIDIO DEL RWANDA
Un contributo alla riflessione sulla missione della Chiesa*
Rwanda la missione dopo il genocidio/3
di Emilio Grasso
La natura e l'ampiezza del genocidio che si è compiuto in Rwanda continuano a porre dei pesanti quesiti alla coscienza europea e in particolare alla coscienza cristiana.
In un Paese che contava percentuali di quasi l'80% di battezzati si è scatenata una pulsione di morte che non è riducibile a una spiegazione univoca. Di fronte ad avvenimenti di simile portata è necessario interrogarsi in profondità e analizzare tutti i possibili fattori, interni ed esterni, che hanno permesso lo sviluppo e l'organizzarsi di tale odio.
La riconduzione della genesi del genocidio a un solo fattore, in una operazione totalizzante di reductio ad unum, può tacitare le coscienze meno avvertite, ma allontana dalla verità e pone così le condizioni di base favorevoli a un ripetersi e perpetuarsi di simile terrificante fenomeno.
Il processo di reductio ad unum, con il quale si cerca di esorcizzare il problema per mezzo della individuazione e della responsabilizzazione di una causa unica, è un processo che sottrae i singoli alla presa di coscienza della loro personale partecipazione e delega a una entità altra tutto il carico di colpa e di salvezza.
Al fondo ci troviamo in presenza della continua ricerca di un capro espiatorio, individuale o collettivo, personale o anonimo, visibile o invisibile.
È il fenomeno presente in tutti i tempi e in tutte le culture per cui, cercando di sottrarsi al carico positivo o negativo di una responsabilità personale, si trova la risposta facile, consolante e risolutiva nell'addossare a una entità altra la causa ultima di uno sconvolgimento personale o sociale che non si riesce a comprendere e dominare per mezzo di categorie razionali.
Di notevole interesse risultano le analisi in proposito di René Girard, attraverso le quali l'antropologo francese ha cercato di dare una spiegazione dell'origine della violenza e della ricerca del capro espiatorio.
La ricerca del capro espiatorio
Nei suoi libri Girard ha ripreso, correggendola, l'idea freudiana secondo cui tutte le società sono basate sulla violenza e sono il risultato di un assassinio fondante espresso in maniera nascosta nei miti e nei riti.
La violenza endemica che si accumula in ogni società ha bisogno di essere canalizzata, addomesticata e soprattutto scaricata attraverso una valvola di sicurezza che è il sacrificio rituale.
La questione, per Girard, consiste nello spiegare da dove viene la violenza e perché essa esercita delle devastazioni che si rinnovano continuamente. Da qui nasce un'analisi del desiderio che dimostra come la violenza non sia qualcosa di originario (come se l'uomo fosse cattivo di natura o il suo desiderio snaturato), ma qualcosa di secondario: essa nasce da un rapporto tra desideri rivali. Realtà essenzialmente relazionale, la violenza è rivalità di soggetti in conflitto per il possesso di un oggetto simile e proviene dalla paura che l'altro, attraverso l'oggetto desiderato, minacci l'identità del soggetto. Questa paura culmina in una crisi del soggetto che cerca di eliminare l'altro per confermare o confortare la sua identità e, perciò, la sua differenza.
Questa crisi attiene a uno spazio sociale e si riproduce ogni qual volta il caos, l'indifferenziazione, l'uguaglianza livellatrice prendono il sopravvento.
Davanti a certi momenti storici, che Girard chiama «eclissi del culturale», gli uomini si sentono impotenti; l'immensità del disastro li sconcerta, ma non viene loro in mente d'interessarsi alle cause naturali; l'idea che essi potrebbero agire su queste cause, imparando a meglio conoscerle, resta in embrione. E poiché la crisi è innanzitutto crisi del sociale, esiste una forte tendenza a spiegarla con delle cause sociali e soprattutto morali. Dopo tutto sono dei rapporti umani che si disgregano e i soggetti di questi rapporti non potrebbero essere completamente estranei al fenomeno. Piuttosto che biasimare se stessi, gli individui hanno la tendenza a biasimare sia la società nel suo insieme, e questo non li impegna in niente, sia altri individui che appaiono loro particolarmente nocivi. I sospettati, scelti secondo criteri di differenziazione culturale, religiosa o fisica, sono accusati di un crimine del tutto particolare.
Per Girard la violenza ormai è divenuta senza via d'uscita; i diversivi tradizionali non funzionano più e l'egualitarismo moderno attizza sempre più gli odi e le rivolte degli uomini e dei popoli. Il nostro destino è dunque fatalmente catastrofico, a meno che, attraverso una radicale conversione, noi non cambiamo le nostre relazioni reciproche. La nostra sola salvezza si trova nella non-violenza che predica il Vangelo. Gesù è veramente un salvatore nel senso che egli tende a invertire le relazioni umane sostituendo alla rivalità mimetica il riconoscimento dell'altro e l'amore.
Per Girard è la passione del Cristo che rivela e rende caduco il meccanismo del capro espiatorio. Il vero Dio non ha niente a che vedere con la violenza e il Figlio che c'invia è Uno con lui.
Sotto i colpi della rivelazione cadono i cacciatori di streghe, come i burocrati totalitari della persecuzione.
La passione del Cristo rivela - è la conclusione di Girard - la genesi imbecille degli idoli sanguinari, di tutti i falsi dei delle religioni, delle politiche e delle ideologie[1].
La ricerca e la colpevolizzazione di un capro espiatorio è sempre preceduta, accompagnata e seguita da un uso illecito, intimidatorio e sacrale di una rete di parole magiche, la quale funziona come un impulso irriflesso che non si pone in un confronto mediato da categorie logiche e verificabili.
Nel caso specifico del genocidio in Rwanda non può sfuggire tutta la sua preparazione portata avanti dalla martellante propaganda fatta attraverso la famigerata Radio des Mille Collines. V'è, dunque, una molteplicità di fattori che è necessario analizzare, fattori che richiedono degli abbordi multidisciplinari e la libertà di una rimessa in discussione della propria presenza e delle motivazioni più profonde del proprio agire. In tale contesto sono da leggere le parole del Vescovo rwandese mons. Thaddée Nsengyumva, ucciso per un tragico errore di omonimia per cui fu scambiato con il Vescovo di Kigali mons. Vincent Nsengyumva.
Il messaggio cristiano non è passato
Mons. Thaddée Nsengyumva, che con coraggio aveva regolarmente denunziato le violazioni dei diritti dell'uomo, così si esprimeva nel pieno dello svolgersi del genocidio: «Il messaggio cristiano non è passato. Dopo quasi un secolo di evangelizzazione si deve ricominciare tutto da capo. E in altre maniere. Poiché i migliori catechisti, quelli che riempivano la domenica le nostre chiese, sono stati i primi a uscire con le machettes in mano»[2].
Nella dichiarazione di mons. Thaddée Nsengyumva cogliamo alcuni elementi che richiederebbero una approfondita analisi. Ci limitiamo a segnalarli, pur ricordando doverosamente l'esigenza di una inquadratura storica dei fenomeni in questione, non essendo lecita una generalizzazione indebita degli assunti che sfugga alla contestualizzazione dei dati considerati.
Le dimensioni del genocidio, la partecipazione e la compromissione dei cristiani portano alla considerazione di un fallimento nei confronti dell'aspettativa. Si impongono in questa fase tutta una serie di considerazioni e di approfondimenti che non permetteranno più la ripetizione della forma di missione attraverso la quale l a prima evangelizzazione si è manifestata. In Rwanda e in molti territori d'Africa ci troviamo confrontati con la nuova evangelizzazione. Essa, come sintetizzato da Giovanni Paolo II in occasione del discorso d'apertura della XIX Assemblea generale dei Vescovi dell'America Latina (CELAM), dovrà essere nuova «nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione»[3].
Nuova evangelizzazione non vuol dire la semplice ripetizione, magari usando l'amplificazione acritica offerta da tutti i nuovi mezzi della comunicazione sociale, di un tipo di missione che finora è stata portata avanti.
Sfugge in molte analisi la sottolineatura di quel nuovo che da una parte non può essere altro da ciò che è già stato, ma che nel contempo non può essere il medesimo che già si è manifestato.
Qui v'è la differenza tra missione ad gentes e nuova evangelizzazione. Nell'Enciclica Redemptoris missio Giovanni Paolo II distingue la missione ad gentes, che ha come destinatari i popoli e i gruppi che ancora non credono in Cristo, dalla nuova evangelizzazione che si svolge laddove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede[4].
Ora, la nuova evangelizzazione richiede un approfondimento storico delle radici della prima evangelizzazione. Infatti, non si può prescindere dalle realtà che l'annunzio, il sacramento d'incorporazione e i nuclei dottrinali sono ancora presenti in mezzo a quel popolo.
Quando mons. Thaddée Nsengyumva dichiara che, dopo quasi un secolo di evangelizzazione, si deve ricominciare tutto da capo e in altre maniere, perché il messaggio cristiano non è passato, si pongono vari interrogativi. Per esempio, come, da chi e in quali condizioni questo messaggio fu comunicato, quale era il suo nucleo essenziale, quali furono le motivazioni che sostenevano coloro che comunicavano il messaggio e, infine, perché questo stesso non è passato.
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16/06/07
* Questo articolo è stato pubblicato su «Volontari e Terzo Mondo» 24/3 (1996) 73-80.
[1] Cfr. R. Girard, La violence et le sacré, Paris 1972; cfr. R. Girard, Des choses cachées depuis la fondation du monde, Paris 1978; cfr. R. Girard, Le bouc émissaire, Paris 1982. Per un'analisi critica dell'opera di Girard, in considerazione soprattutto che la sua opera sottintende una gnosi più o meno legata a un certo pelagianesimo, cfr. P. Valadier, Violenza del sacro e non violenza del cristianesimo nel pensiero di René Girard, in «La Civiltà Cattolica» 134/III (1983) 361-374.
[2] C. Braeckman, Rwanda. Histoire d'un génocide, Paris 1994, 238.
[3] Giovanni Paolo II, All'Assemblea del CELAM (9 marzo 1983), in Insegnamenti, VI/1, 698.
[4] Cfr. RM 33.
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