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Dalla RazionalitÀ tecnico-scientifica

ad una nuova cultura del lavoro

nel magistero sociale di giovanni paolo ii

 

L’ambivalenza delle possibilità offerte dall’era tecnologica costituisce la sfida che investe l’uomo del nostro tempo.

Occorre aver ben presente e non dimenticare questa ambiguità, considerare entrambi gli aspetti della situazione, quello positivo di realizzazioni e creazioni nuove e quello negativo carico di minacce per l’esistenza umana, per non rischiare altrimenti di restare in superficie e di non comprendere il significato umano del proprio tempo.

La tecnica, come applicazione di quella forma di pensiero e di razionalità tecnico-scientifica sviluppatasi a partire dal XVII secolo, definito anche “scientismo tecnologico”, determina in realtà una serie di atteggiamenti e una scala di valori che producono un mutamento culturale riconducibile sinteticamente alla riduzione del reale al quantitativo e allo sperimentabile, all’uso manipolativo degli oggetti, all’utilitarismo nei confronti della natura e della società.

Questa stessa razionalizzazione, caratterizzante lo sviluppo della società industrializzata, ponendosi in termini quantitativi e utilitaristici, svela un’incapacità essenziale a fornire significati e fini ultimi per una “qualità della vita”, che non siano quelli puramente calcolabili in termini di ragione strumentale.

La società industriale, post-industriale e informatica, pervasa da questo tipo di ragione, vede svilupparsi e aumentare sintomi e fenomeni di anomia e di entropia, fino a giungere alla crisi di governabilità dell’intero sistema sociale a capitalismo maturo.

La cultura dello scientismo tecnologico, imposta dal processo d’industrializzazione, che sul piano pratico comporta un mutamento del senso del lavoro determinato dalla sua stessa organizzazione, avrebbe il suo punto di forza proprio nella manipolabilità dell’essere.

Il modello di uomo che si sviluppa è quello dell’homo faber. La scienza e la tecnica diventano espressioni più evidenti di un processo di razionalizzazione che tende ad affermare ovunque il dominio dell’uomo, attraverso la scoperta delle leggi immanenti all’universo, alla società, alla stessa natura umana.

Le ideologie positivista e marxista che hanno egemonizzato tale processo di razionalizzazione della realtà, lo hanno considerato in un senso o nell’altro contrario o contrapposto alla religione, vedendo in quest’ultima o una forma di pensiero irrazionale o il voler mantenere l’uomo in posizione di dipendenza verso la realtà esistente, naturale e sociale.

Scienza e tecnica sempre al servizio dell’uomo

L’insegnamento sociale della Chiesa fornisce, invece, una risposta positiva e coerente che valorizza l’attività umana nel mondo, ma non la assolutizza.

Se la tendenza razionalizzante e quantitativa della scienza e della tecnica corrisponde al dominio dell’uomo sull’universo ed è conforme al messaggio biblico, nello stesso tempo, però, indica il fine ultimo di tale immenso potere che l’uomo può e deve sviluppare.

Identificare semplicisticamente scienza-tecnica e dominio, intendendo questo in senso totalmente negativo, non è un discorso appropriato.

Il dominio, inteso in senso biblico creaturale, comporta per l’uomo la fedeltà, in questo suo compito, sia alla verità della natura e al fine che ha in se stessa, sia alla verità sull’uomo.

L’atteggiamento di fronte ai progressi della tecnologia non può essere, perciò, il rifiuto e il timore. “La tecnica e le macchine anche più sofisticate sono frutto e strumento del lavoro umano; ma il vero soggetto del lavoro rimane sempre e soltanto l’uomo. Lo strumento non può essere eretto a protagonista e venir posto al di sopra dell’uomo lavoratore senza un capovolgimento dell’ordine della realtà e una funesta inversione tra i mezzi e il fine”[1].

È in una tale inversione che la tecnica diventa destino inevitabile.

Scienza e tecnica costituiscono un’unità che non si può scindere, ma neppure identificare. La tecnica è lo strumento che diviene condizione necessaria, seppur non sufficiente, della scienza. Essa diventa congegno di distruzione quando viene concepita come realizzazione di una scienza che ha escluso dal suo metodo la persona umana[2].

Le convinzioni su cui l’uomo moderno ha organizzato la propria corsa, che la scienza cioè sia rivolta semplicemente al dominio tecnico del mondo e che la tecnica sia solo l’esercizio di tale dominio, non rispondono più alle esigenze attuali: oggi si avverte che un superamento delle alienazioni storiche deve partire dal superamento di queste convinzioni.

La weberiana neutralità della scienza, degli inizi del secolo scorso, appare oggi contraddittoria, poiché implica un’affermazione di senso che la scienza positiva non è in grado di giustificare.

La razionalità tecnico-scientifica e tutta l’indispensabile dimensione oggettiva del lavoro, devono essere riportate ad un fine che ne costituisca l’orizzonte: questo non può che essere l’uomo e la realizzazione della persona umana. L’intenzione politica deve incontrarsi con quella più propriamente antropologica.

È questa la proposta che emerge dall’insegnamento sociale sul lavoro di Giovanni Paolo II per la nostra società e che mantiene tuttora la sua attualità. Pur concentrando la sua attenzione sull’aspetto soggettivo del lavoro e sulla persona del lavoratore, il Papa polacco rileva la consapevolezza dell’importanza dell’aspetto oggettivo per raggiungere questa stessa realizzazione. Individuando il lavoro come chiave della questione sociale, egli allarga gli orizzonti indicando il fine ultimo di ogni razionalizzazione e la rifondazione del concetto stesso di razionalità intorno ad un umanesimo del lavoro, come nuova forma culturale della società. 

Una nuova cultura del lavoro

Introducendo le categorie del significato e della cultura del lavoro, Giovanni Paolo II intende richiamare quel clima culturale che accompagna le trasformazioni strutturali dell’attività umana, inteso come il valore che la società complessivamente assegna al lavoro.

Questo clima condiziona sia il senso oggettivo che soggettivo del lavoro, influendo sulla percezione del suo significato e dell’autocomprensione del lavoratore.

Se il significato del lavoro, per il fatto stesso di essere il senso che ogni lavoratore attribuisce alla sua attività nell’ambito del proprio progetto di vita, presenta una certa disomogeneità, la cultura del lavoro è invece una dimensione complessiva e oggettiva che tende ad imporsi sulla mentalità dei lavoratori e influisce sul significato che ogni uomo attribuisce al suo operare.

La transizione che caratterizza la società contemporanea comporta, da una parte, una cultura del lavoro poco definita e compatta, mentre dall’altra presenta, come conseguenza, un’estrema varietà di significati del lavoro.

Considerando la positività della parcellizzazione dell’esperienza lavorativa come una ricchezza d’espressività e di creatività, occorre una cultura del lavoro non uniformante e riduttiva, ma che sia intesa come concezione unitaria dell’attività umana, come veicolo di comunicazione, senza il quale non ci può essere né realizzazione personale, né socialità, né autentica dimensione politica.

Si tratta, perciò, di contribuire all’edificazione di questa nuova cultura del lavoro che costituisca l’humus entro cui i valori essenziali dell’operare umano, della dignità del lavoratore e dei fini del bene comune e della giustizia siano tutelati, promossi e coltivati[3].

Tale costruzione, più che sui meccanismi economici o sulle ideologie politiche e sociali, deve poggiarsi sull’uomo come suo centro e fine.

È perciò che il senso e la razionalità della nuova cultura del lavoro attesa nella nostra epoca (cfr. Libertatis conscientia, 82), cui Giovanni Paolo II richiama, si basano su una concezione antropologica comprensiva di tutte le dimensioni umane, in cui le esigenze del corpo e dello spirito sono armonizzate, e che affonda le sue radici nella comprensione più profonda dei contenuti originari del messaggio cristiano sull’uomo e sulla sua attività.

In questa visione antropologica culturale sarebbe definitivamente superata ogni opposizione tra razionalità e religione, come reazione appartenente ad una visione ideologico-filosofica nata nel XVIII secolo e funzionale alla forma capitalistica della prima industrializzazione, ma entrata, ora, definitivamente in crisi.

Il senso religioso spirituale insito nel lavoro

Nella prospettiva teologico-religiosa sviluppata da Giovanni Paolo II, il lavoro, inserito e inglobato nel mistero della creazione, diventa risposta dell’uomo a Dio per il dono della terra, dell’universo, della vita stessa.

Gli uomini, attraverso il loro lavoro, creano le condizioni per la loro esistenza e il loro mondo. Così agendo rivelano le loro capacità creative, i loro talenti, si realizzano come uomini e come persone, diventando ciò cui sono chiamati secondo il piano di Dio.

Questa prospettiva, definendo gli esseri umani lavoratori, li rende anche creatori della propria cultura, non però nel senso della filosofia marxista, perché Giovanni Paolo II mantiene sempre e pienamente il primato dell’uomo sul lavoro, sul capitale, sulla tecnica, su tutti gli strumenti del lavoro, assegnando un’incontestabile preminenza al polo soggettivo del lavoro.

Il criterio di giudizio del lavoro, di qualsiasi lavoro, deve sempre richiamarsi alla questione di fondo: serve alla soggettività del lavoratore? Promuove e sviluppa la sua libertà, la sua virtù, la sua creatività? Conseguenza applicativa di questa visione diventa la proposizione di una cultura del lavoro umanista e personalista, di un criterio di razionalità incentrato sull’uomo.

Se da una parte il lavoro dell’uomo crea cultura intesa in senso antropologico, come l’insieme di istituzioni, costumi, valori e idee che definiscono la relazione reciproca delle persone e esprimono l’ethos comune, dall’altra è una nuova cultura del lavoro che occorre creare e promuovere. Questa non può che essere intesa come centralità dell’uomo nel suo essere spirituale, libero, portato per la sua stessa natura ad assumere la responsabilità del suo agire, come sviluppo e promozione della sua dignità. In essa il lavoro assume il suo autentico significato etico spirituale.

Il bene dell’uomo diventa, in quest’ottica, criterio essenziale per ogni programma, sistema, regime. Il lavoro, così come il progresso, la tecnica, la produttività, i sistemi sociali, le imprese, le organizzazioni sociali, ma anche le culture, l’educazione, tutto ciò che riguarda la vita terrena dell’uomo, devono essere realtà umanistiche e umanizzatrici, tali da non spersonalizzare l’uomo, riducendolo a puro oggetto, bensì da favorire la sua soggettualità, l’esercizio della sua libertà attraverso la partecipazione attiva e il perfezionamento morale.

Essendo, inoltre, la persona umana intrinsecamente relazionale, sociale, chiamata alla comunione umana e divina, una cultura del lavoro essenzialmente personalista comprende inevitabilmente l’aspetto di socialità insito nella stessa natura spirituale dell’uomo che si apre alla comunità e alla solidarietà umana.

A questo punto, la visione teologico-spirituale di Giovanni Paolo II del senso religioso insito nella concezione del lavoro, partendo dalla creazione si apre al mistero dell’incarnazione e redenzione, assegnando un ruolo centrale alla dimensione cristologica.

Poiché l’antropologia cristiana globale e l’antropologia del lavoro che emerge nella prospettiva di Giovanni Paolo II e del suo insegnamento sociale sul lavoro presuppongono, in ultima analisi, l’unità tra creazione e alleanza, si possono comprendere solo alla luce della cristologia, dell’ecclesiologia e dell’escatologia. Sono queste dimensioni, in realtà, che giustificano un umanesimo integrale e personalista, come matrice culturale indispensabile per la trasformazione del mondo secondo il progetto divino.

Emanuela Furlanetto

 

________________________

[1] Giovanni Paolo II, Riscoprire il senso della solidarietà per vivere e crescere insieme. Ravenna: il discorso ai lavoratori nello stabilimento dell’ANIC (10/5/1986), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/1, 1359.

[2] “È, perciò, importante che gli uomini responsabili abbiano il coraggio di denunciare una scienza che si dimostri ‘disonorata dalla crudeltà delle sue applicazioni’”. Giovanni Paolo II, Lavorare per l’uomo è onorare e servire Dio. Alla Federazione Nazionale Cavalieri del lavoro (11/5/1979), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/1, 1091.

[3] A volte nell’ambito stesso dell’insegnamento sociale si preferisce parlare di civiltà del lavoro per indicare una nuova configurazione complessiva del posto dell’uomo nel mondo e nella vita sociale (cfr. Libertatis conscientia, 83) e non soltanto di una “cultura”, termine che potrebbe avere una connotazione più settoriale.


13/11/2015


 
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