web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Conoscere la vita consacrata arrow Vita consacrata in Africa arrow Vita consacrata in Africa (9). Bakhita e la purificazione della memoria/1
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
gemeenschap-rh-it1.jpg

| Stampa |
 

Vita consacrata in Africa/9
 

BAKHITA E LA PURIFICAZIONE DELLA MEMORIA/1


Quella della purificazione della memoria è forse la testimonianza più viva ed originale che ci trasmette l'ex schiava sudanese, canonizzata il 1° ottobre del 2000.

Rapita all'età di nove anni da razziatori arabi, maltrattata, venduta, martoriata nelle carni, Bakhita offreBakhita un esempio incredibile di "riconciliazione" con i suoi torturatori, con il proprio passato e le proprie ferite.

Una testimonianza particolarmente attuale per la Chiesa d'Africa, chiamata, in un Sinodo, a confrontarsi con i problemi di giustizia, di pace e di riconciliazione del continente.

Bakhita non dimentica mai il suo passato di schiava, non lo seppellisce né lo accantona, non perde il ricordo del male subito. Ne trasmetterà anzi il racconto per tutta la vita, come manifestazione della misericordia divina, rileggendo la propria storia alla luce dell'incontro liberatorio con il Cristo.

La sua è una vera purificazione della memoria che dà un nuovo significato al peccato, alle ingiustizie, alla sofferenza. La fede cristiana trasforma in Bakhita un'esperienza di schiavitù, di disintegrazione, di disperazione in un canto di speranza e di gratitudine.

L'ex schiava non si limita a perdonare i suoi torturatori, riesce ad assumere il male ricevuto e a trasformarlo in una benedizione: "Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa"[1].

Bakhita, la "fortunata"

Chi è Bakhita, questa "sorella universale", come Giovanni Paolo II l'ha definita nel giorno in cui fu elevata agli altari?

Nasce in Sudan verso il 1869, in un piccolo villaggio del Darfur. Nipote del capo villaggio, vive serena la sua breve infanzia, accanto a due fratelli e tre sorelle, fino alla cattura, nel 1874, della sorella maggiore da parte di mercanti di schiavi.

Il Darfur e il Ciad, con il Sud dell'Etiopia e della Somalia erano zone privilegiate per la caccia agli schiavi della tratta araba. I villaggi erano esposti, giorno e notte, alle bande di negrieri che attaccavano all'improvviso e rapivano uomini, donne e fanciulli, alimentando un commercio fiorente a servizio di ricchi musulmani, nordafricani, turchi ed egiziani.

Fu così che, nel 1876, mentre si era allontanata nei campi con un'amica, Bakhita è catturata; ha nove anni ed è l'inizio di un doloroso calvario.

Venduta cinque volte sul mercato degli schiavi, non rivedrà più la sua famiglia. Lo shock cancella dalla sua mente il ricordo del proprio nome, di quello dei fratelli e dei genitori; perderà la lingua materna.

Non sapendo come si chiama, i razziatori arabi, con perversa ironia, la chiamano Bakhita, che significa la "fortunata". Un piccolo, ma profetico dettaglio, in cui la malvagità degli uomini sembra intrecciarsi misteriosamente con la storia della salvezza. Il disegno di misericordia di Dio muterà, in effetti, la tragedia della piccola schiava in una vera "fortuna", per Bakhita e per il mondo[2].

Bakhita subirà trattamenti durissimi dai "padroni" di turno. Sarà sottoposta al crudele rito del tatuaggio su tutto il corpo, che la porterà alle soglie della morte e di cui le resteranno 144 cicatrici.

Nel 1883 il generale turco cui Bakhita apparteneva decise di venderla ad un Console italiano, Callisto Legnani. Per Bakhita è la fine dei trattamenti disumani e l'inizio di una nuova pagina della sua vita.

Due anni dopo, quando il Console Legnani dovrà lasciare il Sudan, a causa della rivoluzione mahdista contro il governo di Karthum, Bakhita lo supplicherà di portarla con sé. Sbarcheranno insieme a Genova dove il Console accetta di cederla ad una famiglia amica, i Michieli, che avevano insistito per averla.

Bakhita rimane a loro servizio, a Venezia. Segue ancora i Michieli in un breve viaggio in Sudan, prima di ritornare di nuovo in Italia per occuparsi della piccola Mimmina Michieli.

Il "no" della schiava

Quando la signora Michieli sarà costretta a ripartire per l'Africa per preparare il trasferimento definitivo della sua famiglia, affiderà per alcuni mesi la figlioletta, accompagnata da Bakhita, all'Istituto dei Catechisti di Venezia, diretto dalle Suore Canossiane.

Bakhita ha quasi vent'anni, non sa leggere né scrivere; è introdotta al cristianesimo e l'affascina enormemente sentire che anche lei, povera schiava nera, è "figlia di Dio".

Non ha ancora completato la sua istruzione religiosa, quando la signora Michieli torna a riprendersi la figlia insieme a Bakhita, destinata ad aiutarla nel lavoro di un albergo aperto a Suakin, un porto sul Mar Rosso.

Ormai un cambiamento profondo si è operato nella schiava. "Io mi rifiutai di seguirla in Africa perché non ancora ben istruita nel battesimo. Pensavo pure che, anche se fossi stata battezzata, non avrei ugualmente potuto professare la nuova religione e che pertanto mi conveniva stare con le suore"[3].

La Signora Michieli non si arrende, cerca di intimidirla, la accusa di ingratitudine, fa pressione sui suoi sentimenti, sui propri diritti, fa intervenire le più alte autorità.

Con la sofferenza nel cuore, perché amava quella famiglia che aveva servito, la schiava tiene testa alle più alte autorità civili, militari e religiose. Per cercare di convincerla a seguire la Signora Michieli, intervengono il Card. Agostini, il Procuratore del Re, un alto Ufficiale militare, il Prefetto, il SuperioreBakhita della casa, la Superiora delle Canossiane, il Presidente della Congregazione della carità, rappresentanti della nobiltà veneziana e le stesse suore convinte che fosse per il suo bene.

Il Procuratore chiuderà alla fine il dibattito in suo favore: Bakhita è libera di restare dove vuole, poiché la schiavitù in Italia non esiste.

Il 9 gennaio 1890, Giuseppina Bakhita riceve il battesimo, la prima comunione e la cresima dal Cardinale di Venezia. Decenni dopo, rivisitando quel luogo dirà: "Qui sono diventata figlia di Dio... mi povera negra, mi povera negra".

Così Bakhita, afferma don Divo Barsotti, dimostra che il cristianesimo può trasformare degli schiavi che hanno perduto il senso dell'identità umana, in persone capaci di una forza inaspettata. Bakhita ci dà la certezza che, attraverso Cristo, l'uomo può passare da uno stato di disintegrazione e di emarginazione a uno di dignità e libertà. L'azione di promozione umana del cristianesimo è enorme. Una lezione che vale non solo per l'Africa, ma per il mondo intero[4].

Silvia Recchi

(Continua)



[1] R.I. Zanini, Bakhita. Inchiesta su una santa per il 2000, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, 131-132.
[2] Cfr. A. Sicari, Il quarto libro dei ritratti dei santi, Jaka Book, Milano 1994, 167.
[3] R.I. Zanini, Bakhita..., 72.
[4] Cfr. R.I. Zanini, Bakhita..., 130-131.

18/09/09
 

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency