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Vita delle missioni in Africa/23


Il grande concorso della vita

I giovani e la riconciliazione, la giustizia e la pace


Da tempo la parrocchia d'Obeck, in Camerun, si prepara al secondo Sinodo per la Chiesa inLogo del secondo Sinodo per l'Africa Africa che si terrà a Roma nell'ottobre prossimo. Nei mesi scorsi la sintesi degli incontri e dei dibattiti organizzati dai fedeli, a partire dal documento preparatorio al Sinodo, fu consegnata a Mons. Antoine Ntalou, presidente della Commissione nazionale "Giustizia e pace". La sintesi è stata, quindi, divulgata dai membri più attivi della parrocchia nelle comunità ecclesiali e nei vari gruppi di fedeli.

Anche i giovani sono stati chiamati a partecipare alla riflessione sul tema del Sinodo: "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace". Per favorire una loro partecipazione più personale al dibattito ecclesiale, abbiamo colto l'occasione della pubblicazione dell'Instrumentum laboris, il documento di lavoro, reso noto dal Santo Padre a Yaoundé il 19 marzo, per organizzare un concorso per gli studenti delle Terminales, cioè le ultime classi dei licei di Mbalmayo.

Il concorso

L'iniziativa è stata da noi promossa in collaborazione con un gruppo di professori dei licei. I giovani hanno potuto documentarsi sull'argomento attraverso delle lezioni specifiche, la lettura di documenti e alcuni programmi televisivi. In occasione della visita del Santo Padre in Camerun, hanno potuto beneficiare di numerosi servizi diffusi dai mezzi di comunicazione sulla storia della Chiesa e dell'evangelizzazione nel paese.

Gli istituti di scuole medie superiori, pubblici e privati, sono numerosi a Mbalmayo. Se ne contano una decina, con una grande popolazione studentesca. Tenuto conto dell'elevatoAlcuni studenti del concorso numero d'allievi, gli insegnanti hanno effettuato, prima del concorso, una preselezione dei candidati. Alla fine, sono stati scelti centodieci studenti che si sono presentati con grande serietà al concorso.

Questo consisteva in una dissertazione, da sviluppare in quattro ore di tempo, in cui i candidati erano chiamati a manifestare le loro preoccupazioni in merito ai problemi di riconciliazione, di giustizia e di pace. Erano invitati a presentare un'analisi della propria esperienza, offrendo eventuali proposte per poter meglio affrontare la situazione ed esprimendosi sul ruolo della Chiesa a riguardo.

Una commissione ha proceduto alla lettura degli scritti, permettendo la cernita delle dieci migliori dissertazioni, i cui autori hanno ricevuto un premio e un pubblico riconoscimento nel corso di una Celebrazione Eucaristica.

Lo sguardo dei giovani

La lettura dei differenti testi redatti dai giovani ci ha permesso di avvicinarci al loro modo di vedere e giudicare la Chiesa.

I candidati hanno mostrato globalmente la convinzione che la comunità ecclesiale può far fronte alle sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace nel paese a partire, come ha scritto Jacques, dalla sua presenza capillare sul territorio, nelle parrocchie, nei dispensari, nelle scuole, nei gruppi "Caritas", nelle strutture di accompagnamento dei giovani, nelle commissioni "Giustizia e pace".Studenti durante il concorso

La condizione per riuscire ad affrontare tali sfide, messa in luce dalla maggioranza dei giovani, è la fedeltà della Chiesa alla sua propria identità, ai suoi valori che, come Jean Remy ha fatto emergere, spesso non sono vissuti dagli stessi fedeli. "La famiglia di Dio supera i legami di sangue per poter celebrare il vero culto della fraternità", ha ricordato Eric; "la nozione stessa di Chiesa implica la coesistenza di unità e di differenze", ha scritto Michèle. "Essere cristiani non comporta forse la valorizzazione della ragione e l'assunzione delle proprie responsabilità?", si è chiesto Luc-Marie, preoccupato della deriva magica e fatalista cui troppo spesso tendono le società africane. Di fronte alla storia e ai suoi eventi dolorosi, "la Chiesa deve difendere la propria autonomia, avere una parola credibile ed essere maestra d'umanità", ha ricordato Alphonse.

Gli studenti hanno esaltato alcuni modelli cui ispirarsi. Diversi, come Jacques, hanno citato l'arcivescovo anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, che ha operato per la riconciliazione in Sudafrica dopo i terribili anni dell'apartheid. Altri giovani, come Louis François, hanno esaltato la figura di Giovanni Paolo II, il Papa dei diritti dell'uomo, dell'incontro di Assisi con i rappresentati delle diverse tradizioni religiose, che è stato capace di chiedere perdono per la tratta dei neri.

La maggioranza degli studenti ha evocato le fragilità interne alla Chiesa, il cui impegno, come ha sottolineato Martial, è spesso oscurato dalle sue "incoerenze". Queste ultime si manifestano nella cattiva gestione del denaro; nelle lotte di potere tra i rappresentanti del clero; nel tribalismo che vive anche nelle comunità ecclesiali, o nella maniera in cui spesso viene presentato il sacerdozio, talvolta vissuto come un "volgare mestiere", ha affermato Jacques; negli antagonismi e nelle divisioni oppure, come ha scritto Alphonse, nel "mutismo" di fronte alleFabrice che ha ottenuto il primo premio situazioni più drammatiche. Numerosi sono stati i giovani che hanno voluto ricordare l'implicazione di preti, di religiosi e di catechisti nel genocidio del Ruanda.

Fabrice, che ha ottenuto il primo premio, ha individuato nella testimonianza personale la chiave fondamentale della soluzione dei problemi e del rinnovamento della Chiesa che ha bisogno di "uomini degni di fiducia, ben provati e non ipocriti". Fabrice non accetta la falsa bontà delle persone di Chiesa che perdonano tutti, ma non aiutano a far cambiare gli atteggiamenti e le mentalità. Nella sua dissertazione ha affermato la necessità di una maggiore fermezza e determinazione per sanzionare chi si è reso colpevole di atti riprovevoli, in modo da favorire il bene nella Chiesa e nella società.

Colei che ha riso della guerra

La lettura delle dissertazioni ci ha permesso di apprezzare la serietà con cui i giovani hanno svolto il lavoro. La lucidità di alcune analisi ci ha offerto la possibilità di fare un esame di coscienza e divenire più umili, consapevoli delle nostre responsabilità.

Dopo il concorso, abbiamo voluto continuare il dialogo con i giovani. La nostra parrocchia, che ha promosso l'iniziativa, non l'ha organizzata, infatti, per insegnare a scrivere un buon tema o per preparare gli studenti agli esami di Stato. Anche attraverso un concorso, siamo chiamati ad accompagnare i giovani perché le parole scritte diventino solide convinzioni di vita.

A loro abbiamo presentato la figura della "Beata Anwarite", la patrona da cui la nostra parrocchia ha preso il nome. Anwarite, la prima ragazza dell'Africa nera innalzata agli onori degli altari, è un modello di risposta personale alle sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace nel continente africano.

Nel 1964, al tempo della guerra civile che infuriò nell'ex-Zaire all'indomani della sua indipendenza, Anwarite, il cui nome nella lingua locale significa "Colei che ha riso della guerra", morì martire. Morì per coerenza e in fedeltà ai voti pronunciati alcuni anni prima nella sua famiglia religiosa.

Vari episodi della sua vita e gli atti del suo martirio mostrano come anche una semplice ragazza della foresta equatoriale possa vincere i meccanismi perversi del tribalismo, della stregoneria, dell'odio razziale, dell'idolatria del denaro e del potere, dell'onnipotenza della "grande famiglia" africana, che impediscono ancora oggi all'Africa di vivere la riconciliazione, la giustizia e la pace.“Beata Anwarite”

Anwarite rivela ai giovani il segreto della vittoria: non ha atteso che la società civile del suo paese e la Chiesa fossero "a posto" per dare la sua testimonianza, ma si è impegnata lei stessa affinché la società e la Chiesa diventassero migliori. Non ha aspettato che gli esperti mettessero a punto il senso dell'inculturazione del cristianesimo in Africa, ma l'ha attuata nella sua vita concreta, credendo che il sangue di Cristo era stato sparso anche per lei, povera ragazza africana. Non si è accontentata del ruolo di spettatrice, dove il suo mondo culturale l'aveva relegata. Ha agito convinta, come ha scritto nel diario, che il suo "nome è inciso sulle palme delle mani di Cristo morto in croce" e ha assunto così il ruolo di protagonista per scrivere una nuova pagina nella storia della Chiesa africana.

Anwarite mostra ai giovani di Mbalmayo che si sono espressi sui valori della riconciliazione, della giustizia e della pace, le condizioni per vincere, non un modesto concorso per studenti, ma il grande concorso della vita.

Franco Paladini

19/04/09
 
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