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Vita delle missioni in Africa/24
 

IL REGNO DI DIO E LA CITTÀ TERRESTRE

A colloquio con il "Mediatore Sociale" in Camerun


 Il prof. Pierre Titi Nwel

Il prof. Pierre Titi Nwel è un personaggio noto nella società ecclesiale e civile camerunese. Dottore in sociologia, ha insegnato per lungo tempo all'Università di Yaoundé. Per vari anni è stato Coordinatore del Servizio Nazionale "Giustizia e Pace" creato dalla Conferenza Episcopale del Camerun. Di recente, è stato scelto dalle organizzazioni sociali e civili del paese come Mediatore Sociale, un ruolo che attesta la sua indiscussa autorità morale e la sua ricca esperienza sul terreno.
 

 

Professore, la Conferenza dei Superiori Maggiori in Camerun l'ha chiamata per animarne quest'anno l'Assemblea plenaria sul tema della riconciliazione, la giustizia e la pace, in preparazione al prossimo Sinodo sulla Chiesa in Africa, previsto per ottobre 2009. Quale ritiene possa essere il contributo dei religiosi in merito a questi problemi?

Il contributo più importante dei religiosi viene dalla loro attività d'evangelizzazione. Nel loro impegno sono confrontati con i problemi reali e quotidiani della gente, che riguardano la riconciliazione, la giustizia e la pace. Il loro apporto proviene dal servizio alla verità, perché la riconciliazione, la giustizia e la pace suppongono un giudizio di verità sulle persone e sulle situazioni, nelle famiglie, nei quartieri, nei villaggi. Lo stesso discorso si applica a livello di governo e di esercizio del potere politico. La pace esige la giustizia, il rispetto dei diritti degli uni e degli altri, il riconoscimento del diritto di ognuno a mangiare e a curarsi. I religiosi nel loro impegno a vivere più radicalmente il Vangelo, nella quotidianità della loro vita, non possono che apportare un grande contributo alla giustizia e alla pace. Essi non devono limitarsi a vivere questi valori e a testimoniarli, ma devono anche proclamarli, renderli espliciti, educare il popolo al loro rispetto, facendo comprendere che si può vivere diversamente, e che la riconciliazione e la pace sono possibili. È vero che la Chiesa annuncia il Regno di Dio che non è di questo mondo, ma non posso pensare solo al "mio cielo" quando intorno a me la gente soffre, subisce ingiustizia; è proprio in nome del Regno di Dio che io devo preoccuparmi del fratello, riconciliarmi con lui, impegnarmi a organizzare la città terrena sui valori cristiani.

Quali sono oggi, secondo la sua esperienza, le sfide più grandi da affrontare nella società ecclesiale e civile?

A mio parere, i problemi della società africana sono un luogo di evangelizzazione e non possono essere evitati come estranei all'interesse dei cristiani. La più grande difficoltà, nel mio impegno di Coordinatore del Servizio Nazionale "Giustizia e Pace", è stata lo scontro con mentalità, assai diffuse nel clero, che non vogliono che i problemi della società entrino nei discorsi della Chiesa. Secondo queste mentalità è sufficiente parlare, ad esempio, del profeta Osea, ignorando le realtà vissute nei quartieri, non interessandosi se le leggi che governano lo Stato sono giuste, se i diritti umani sono rispettati. Si insiste molto, oggi, nelle nostre parrocchie sulla lettura della Bibbia, ma si ignorano spesso i documenti del Magistero della Chiesa, le sue posizioni in ordine ai problemi concreti, la sua dottrina sociale. Ciò non significa che il clero debba impegnarsiL'Enciclica "Pacem in terris" di Papa Giovanni XXIII direttamente in politica, questo è impegno dei laici; ma che da parte dei membri della Chiesa, ognuno secondo le sue funzioni, ci sia un interesse al "politico", nel senso nobile del termine.

Nelle comunità ecclesiali in Camerun, una conversione, da questo punto di vista, è fondamentale, anche se questo non vuol dire che la Chiesa debba identificarsi con un partito o con un altro, essa deve comunque proclamare il rispetto dei diritti umani, la pacem in terris, l'importanza dello sviluppo dei popoli. Nella Chiesa c'è, direi, una "divisione" del lavoro, una ripartizione dei compiti e delle funzioni, secondo le categorie dei fedeli e la loro vocazione propria. Ci sono i religiosi, il clero, i fedeli laici. Tocca a noi laici impegnarci nel temporale, organizzarlo secondo i valori cristiani, gestire la cosa pubblica secondo questi valori. Siamo noi laici a dover rendere presente la Chiesa e i suoi valori nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nell'esercizio del potere, nella società. I Pastori devono ricordare questo impegno fondamentale. Quando leggiamo l'Instrumentum laboris del prossimo Sinodo, vediamo che i Vescovi a Roma dovranno parlare anche di bassi salari, della condizione dei prigionieri, delle transizioni violente dei nostri governi... Il popolo di Dio in Africa ha questi problemi ed occorre che i Vescovi li affrontino, che abbiano il coraggio di parlarne e di esprimere la loro visione. Per quanto concerne la società civile, c'è una grande sfida che dobbiamo affrontare: l'assenza del senso di appartenenza alla cittadinanza, di responsabilità in quanto membri di un paese civile i cui problemi sono l'affaire di ognuno, sono una comune preoccupazione. I camerunesi sembrano vivere in casa propria come degli stranieri, i problemi politici e sociali interessano poco. Per recarsi alle urne devono essere spesso pagati; non si preoccupano di sapere se la persona che hanno eletto fa il lavoro per il quale è stata eletta. Quest'interesse è difficile da sviluppare, c'è una certa tradizione che viene dai tempi della colonizzazione, quando solo alcuni si interessavano ai problemi politici, la massa degli indigeni non doveva occuparsene. Questa mentalità continua a persistere, la politica è il problema di un gruppo, il grosso della popolazione non si interessa, crede che non serva a niente, c'è sempre un senso di fatalismo, di sfiducia che le cose possano cambiare. I Vescovi in Camerun pubblicarono nel 2004 una Lettera pastorale sul diritto e dovere di votare, di partecipare alla vita politica. È importante che la Chiesa si impegni per illuminare le coscienze, affinché i fedeli siano condotti ad interessarsi della "città terrestre", ad interessarsi alla distribuzione delle ricchezze del loro paese. Non possiamo dimettere la nostra responsabilità. Ci sono cose che non dipendono da noi, altre invece dipendono da noi e siamo tenuti a farle.

Quali sono i segni di speranza che intravede nell'attuale situazione e, in questa direzione, crede che la visita di Benedetto XVI in Camerun abbia apportato un contributo?

Vedo che la società civile si risveglia, molte persone cominciano a porsi dei problemi. Vedo l'azione delle commissioni "Giustizia e Pace", volute dalla Chiesa, che svolgono un ruolo importante per la sensibilizzazione delle coscienze. Grazie a queste commissioni si contribuisce a correggere certi meccanismi sociali, a proporre degli emendamenti alle leggi elettorali. Un certo risveglio si percepisce soprattutto in alcuni strati della popolazione che manifestano un maggiore interesse, esercitando un ruolo critico, ma non c'è da farsi illusioni, il cammino da percorrere è lungo. Riguardo alla visita di Benedetto XVI, occorre, innanzi tutto, non dimenticare che il Papa è venuto non per parlare al Camerun, ma ai Vescovi dell'Africa, aprendoL’Esortazione apostolica "Ecclesia in Africa" la nuova fase dell'Assemblea speciale del prossimo Sinodo. Cosa la sua visita ha apportato? Il Papa ha incontrato i Vescovi, ha consegnato loro l'Instrumentum laboris per preparare il dibattito a Roma. I Vescovi sono chiamati ad impegnarsi seriamente a riguardo, a riflettere sui problemi, ad esprimere una visione, a ipotizzare delle prese di posizione. Se il lavoro è svolto bene, ed il Papa si è spostato da Roma in Africa per invitare a svolgere bene questo lavoro, i risultati non potranno mancare. Giovanni Paolo II era venuto a Yaoundé, alla conclusione dei lavori del primo Sinodo, per rendere pubblica l'esortazione Ecclesia in Africa; Benedetto XVI è venuto per invitare a preparare bene la riflessione in vista del secondo Sinodo. Se i Vescovi dedicheranno la loro attenzione ai problemi loro sottoposti, creando gruppi di riflessione con esperti, sociologi, teologi, giuristi, sensibilizzando i fedeli sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace, tutto questo avrà una benefica ripercussione nelle nostre società.

Professore, che cos'è il "Mediatore Sociale"?

Dopo gli avvenimenti del febbraio 2008 [conosciuti con il nome di "moti della fame", n.d.r.], le organizzazioni della società civile si sono rese conto della pericolosità di certe tensioni sociali. Queste possono esplodere improvvisamente e provocare scontri violenti con vittime e distruzione del patrimonio comune. Durante i moti del febbraio 2008, Yaoundé, Douala ed altre città del Camerun sono state paralizzate, grandi sono stati i danni materiali, diverse le vittime; abbiamo temuto il peggio. Le forze sociali hanno capito che non solo lo Stato deve vegliare, ma anche la società civile deve agire affinché il paese non sia in balia di sommosse, di guerre fratricide che distruggono la nostra società. Le organizzazioni civili del paese (associazioni agricole, gruppi di promozione dei diritti umani, agenzie di prodotti petroliferi, associazioni di artigiani, rappresentanti del settore informale, ecc.) hanno creato così la Mediazione Sociale in Camerun. Essa ha come scopo quello di affrontare le controversie sociali mediante il dialogo e laScontri a Douala negoziazione. La funzione del Mediatore Sociale è diversa da quella del Mediatore della Repubblica (una funzione istituzionale), nominato dal Capo dello Stato e che esercita il ruolo di proteggere il cittadino contro gli abusi dell'amministrazione pubblica. Il Mediatore Sociale non è previsto dalle nostre istituzioni, agisce in base ad un'autorità morale, aiutando le parti in conflitto a trovare delle soluzioni pacifiche. Il fine è di rendere più stabile la situazione di pace nel paese. Il Mediatore Sociale si serve del sostegno delle organizzazioni civili, delle commissioni "Giustizia e Pace", installando delle "sentinelle di pace" nelle città e nei villaggi per intervenire nelle situazioni conflittuali con un'opera di mediazione. Il Mediatore Sociale è stato designato nella mia persona. È un ruolo nuovo che cercherò di svolgere, mettendovi tutto il mio impegno e la mia esperienza, per promuovere la riconciliazione, la giustizia e la pace nel paese.

Silvia Recchi

26/04/09

 
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