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Vita delle missioni in Africa/26

Salendo al monte

I giovani in pellegrinaggio


Sono stati più di duemila i giovani della città di Mbalmayo, in Camerun, che hanno partecipato al loro tradizionale pellegrinaggio annuale che il Vescovo della diocesi ha affidato, negli ultimi anni,I giovani davanti al Santuario “Maria, Regina della Pace” alla mia responsabilità. Tra i giovani, numerosi erano i ragazzi e le ragazze della nostra parrocchia di Obeck.

Si tratta di una marcia di una quindicina di chilometri, scandita da sette soste e altrettanti momenti di meditazione. Prende il via il mattino presto dalla Cattedrale, si snoda all'interno della città e si conclude, nel pomeriggio, con la celebrazione eucaristica al Santuario "Maria, Regina della Pace", situato sull'alta collina rocciosa che domina Mbalmayo.

Anche se la maggior parte dei giovani erano cattolici, non mancavano i gruppi protestanti che hanno aderito all'iniziativa, senza dimenticare i loro compagni musulmani che si sono uniti loro.

Vari sacerdoti e religiosi della città hanno partecipato alla marcia, dando la possibilità ai giovani di accedere, lungo il percorso, al sacramento della riconciliazione o di aver un dialogo sul senso della preghiera e della penitenza.

Dal "disprezzo" alla "meditazione"

È nel 1994 che i fedeli di Mbalmayo hanno dato vita ad un pellegrinaggio annuale, fino alla collina che domina la città.

La scelta della collina fu fatta non solo per la bellezza della vista che vi si gode sull'intero agglomerato urbano, sulla distesa verde della foresta equatoriale che lo circonda e sulle sinuosità del fiume Nyong che l'attraversa, ma anche per purificare, in un certo qual modo, la memoria collettiva della città.

Al tempo della colonizzazione, infatti, la collina, originariamente chiamata Nkol Abam (Collina dell'Abam, il maestoso albero dal legno prezioso, particolarmente ricercato per la fabbricazione dei mobili), venne soprannominata Nkol Ebiandi (Collina del disprezzo), a causa delle punizioni pubbliche che qui venivano inflitte dall'amministrazione francese ai "degni figli di Mbalmayo".

In occasione del primo pellegrinaggio, la collina fu ribattezzata con il nome di Nkol Ebindi (Collina della meditazione), un nome foneticamente affine al precedente, ma del tutto diverso quanto al significato, per marcare il riscatto dei fedeli e la dignità di cui la fede cristiana è portatrice. Una croce dipinta di vernice bianca, di proporzioni modeste, venne piantata in quell'occasione sulla sommità della collina.

Nel 2002, la croce fu sostituita con un'altra molto più alta, di circa quindici metri, ben visibile anche dal centro città. In questo stesso anno, la diocesi procedette a porre la prima pietra dell'attuale Santuario "Maria, Regina della Pace", solennemente inaugurato nel 2007.

Di anno in anno il numero dei partecipanti al pellegrinaggio non fece che aumentare, come del resto i problemi organizzativi: gli adulti sopportavano con difficoltà la maniera di comunicare più espansiva e festosa dei giovani e questi ultimi si sentivano frustrati nei momenti di preghiera e di meditazione, monopolizzati dai catechisti della città.

Fu così che, a partire dal 2004, si svolgono due pellegrinaggi annuali distinti: uno per gli adulti ed uno per i giovani. Il numero dei partecipanti al primo si è stabilizzato attorno ad alcune centinaia di persone, mentre quello dei giovani non fa che aumentare ogni anno, al di là di ogni previsione. I giovani vi riconoscono uno spazio proprio, i più impegnati tra loro lo considerano un'occasione per "evangelizzare" i coetanei che hanno difficoltà ad avvicinarsi alle strutture ecclesiali. Per questo i gruppi parrocchiali ed i movimenti giovanili delle scuole cittadine ci tengono a preparare con grande serietà tale appuntamento.

Per quanto riguarda il mio impegno, si tratta di ben definire il tema del pellegrinaggio e di armonizzare i diversi interventi di preghiera e di meditazione: è un'opportunità per rivolgere la parola ad una popolazione giovane, anche se con la maggior parte di essa per me l'incontro resta solo occasionale.

Oltre ciò, occorre mettere a punto il servizio d'ordine - il traffico non è indifferente nel centro città - e soprattutto quello del pronto soccorso, coordinato da alcuni infermieri, assistiti da una ventina di giovani studenti preparati allo scopo. Quest'ultimo servizio, dotato di un veicolo, si prodiga per prevenire le situazioni di crisi, soprattutto negli ultimi chilometri, al momento in cui il sole è allo zenit e la salita alla collina diventa più ardua. Il 2009 sarà ricordato come l'anno in cui, nonostante l'elevato numero dei partecipanti, nessun giovane ha varcato la soglia del servizio urgenze dell'ospedale cittadino.

Al di là dell'"effetto Tabor"

Sarebbe superficiale giudicare quest'avvenimento, atteso ogni anno da centinaia di giovani, come un banale momento di svago. Stessa cosa qualora lo si liquidasse come una semplice ricerca di "benedizioni" per gli esami imminenti e di "protezione" di fronte ai problemi, alle incertezze della vita e alle sfaldature della società.

Tali componenti, certamente presenti, non darebbero il vero significato del fenomeno. Il pellegrinaggio, come altre forme di religiosità popolare, esprime nei giovani anche una ricerca d'autenticità, di verità, una "sete di Dio" che siamo chiamati a purificare e a rendere più esplicita.

È con questa visione che ho affrontato tale avvenimento. Ho cercato di accompagnare i giovaniI delegati dei gruppi giovanili di Obeck a superare quello che i sociologi chiamano l'"effetto Tabor", aiutandoli a tradurre nel quotidiano, certamente più arduo e meno luminoso, quello che si è vissuto in una circostanza particolarmente esaltante.

L'ho fatto "prima" del pellegrinaggio, incontrando i responsabili dei gruppi, "durante" esso, con la predicazione, e, "dopo", incontrando di nuovo i delegati ed in particolare i giovani della parrocchia di Obeck.

Ci sono sempre dei valori religiosi che un pellegrinaggio veicola, quali la dimensione penitenziale ed esodiale della vita, la devozione mariana celebrata durante la marcia con la recita del Rosario e, al termine di essa, con la celebrazione nel santuario dedicato a "Maria, Regina della Pace".

Educare i giovani ad una corretta devozione mariana li aiuta ad abbandonare un "cristianesimo opportunista" e a purificare il nucleo della fede che, prima di essere conoscenza o regole morali, è relazione personale, mistero di libertà che sa aprirsi alla responsabilità nella costruzione della Chiesa. Maria non è la "mammina" dietro cui i figli si nascondono per sfuggire il rischio delle loro scelte, ma la "Madre" dolce e determinata che richiama alla maturità della fede. Il suo "sì" ricorda ai giovani che per cambiare il mondo, occorre cominciare con la propria risposta personale.

Il pellegrinaggio verso il santuario non deve ridursi ad essere una fuga, ma deve essere un'occasione per una presa di coscienza ed un giudizio in vista del cambiamento personale e comunitario. Passare davanti, durante il cammino,  ai punti nevralgici della città permette di aprire gli occhi sulle sofferenze e sulle contraddizioni vissute ogni giorno: l'ospedale, il palazzo di giustizia e la prigione, il municipio ed i quartieri popolari, le industrie del legno e, appena fuori dell'agglomerato urbano, i poveri villaggi rurali. Il cristianesimo non è mai evasione, esso vive nel cuore della storia umana e delle nostre realtà quotidiane che, illuminate della luce del Vangelo, ci permettono di incontrare il Signore.

La marcia d'ogni giorno

Quest'anno abbiamo affrontato la marcia meditando sul brano biblico dell'Esodo, sul dono della manna che Dio fa al suo popolo nel deserto.

La strada della libertà indicata da Dio ad Israele non è la più facile: si avanza con fatica, affrontando le difficoltà, passo dopo passo. Niente è assicurato, occorre sperare, credere ogni giorno, perseverare. È la pedagogia "virile" che Dio attua nei confronti del suo popolo, nonI giovani del pellegrinaggio in cammino verso il Santuario anestetizza le coscienze e vuole che l'uomo aderisca personalmente al suo piano salvifico.

In questo cammino, una tentazione da vincere è quella delle "scorciatoie". Il Signore non indica, per raggiungere la terra promessa, una strada diretta e appianata, al contrario essa è lunga e dura. Quotidianamente occorre uscire dal campo per raccogliere la manna e quando, volendo barare, qualcuno prende una quantità di manna superiore alla razione quotidiana, il sovrappiù marcisce. Ogni giorno bisogna ricominciare, ogni giorno lottare e aver fede.

È quanto ho voluto comunicare ai giovani affinché non si fermino ad un'emozione passeggera e all'entusiasmo vissuto "salendo al monte".

"Scendendo a valle", debbono impegnarsi nella "marcia" quotidiana con gli amici, in famiglia, a scuola, in parrocchia.

Franco Paladini

15/05/09

 
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