Vita delle missioni in Africa/37
Sacerdoti in Camerun
Le sfide alla formazione
In quest'anno, che Benedetto XVI ha voluto specialmente dedicare al sacerdozio, il Seminario Maggiore dell'Immacolata Concezione di Yaoundé ha celebrato, il 7-8 dicembre scorso, il suo 40° anniversario di esistenza.
Una solenne celebrazione
Una solenne celebrazione, preceduta da un Simposio, ha marcato l'avvenimento, alla presenza del Nunzio Apostolico, Mons. Eliseo Antonio Ariotti, del Presidente della Conferenza Episcopale Nazionale, Mons. Victor Tonye Bakot, di Mons. Timothée Modibo, Presidente dell'Associazione delle Conferenze Episcopali dei Paesi d'Africa Centrale, e di numerosi Vescovi.
Mons. Jan Dumon, Segretario Generale della Pontificia Opera di San Pietro Apostolo, ha rappresentato, in quest'occasione, la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, assicurando la comunione con la Chiesa di Roma, secondo il messaggio che ha trasmesso durante la celebrazione.
Certo, 40 anni non sono molti per la vita di un Seminario, ma per le giovani Chiese del continente africano e per la Chiesa in Camerun rappresenta una tradizione non trascurabile, a maggior ragione per il fatto che in esso sono stati formati diversi esponenti dell'episcopato nazionale e dei paesi vicini.
Un momento privilegiato della celebrazione è stato rappresentato dal Simposio che ha permesso di fare memoria della storia del Seminario e della sua evoluzione negli anni. Sono intervenuti, a riguardo, i Rettori succedutisi nella sua direzione, alcuni dei quali sono oggi Vescovi, come Mons. Adalbert Ndzana, Vescovo di Mbalmayo o Mons. Jean Mbarga, Vescovo di Ebolowa.
Questa memoria ha fatto rivivere, a partire dalla nascita del Seminario, voluta dall'allora arcivescovo di Yaoundé, Mons. Jean Zoa, i momenti di difficoltà, di speranza e il coraggio dei primi pionieri.
Mons. Dumon è intervenuto nel Simposio per rappresentare la Chiesa di Roma, ma anche con l'esperienza diretta dei problemi, avendo esercitato per anni, nella Repubblica Democratica del Congo, la funzione di Rettore di Seminario. Il suo intervento ha posto l'accento sulla necessità del radicamento ecclesiale della formazione dei preti nel continente africano, sviluppata con realismo, ma anche con un profondo sguardo spirituale, senza trascurarne le sfide culturali.
Il Simposio ha centrato la sua attenzione sulla formazione dei candidati al sacerdozio. C'è stata a riguardo una conferenza del Rev. Joseph Ndi Okalla, Prefetto agli studi dello stesso Seminario dell'Immacolata Concezione, che ne ha percorso le tappe dell'evoluzione storica dal Vaticano II al recente Sinodo sulla Chiesa in Africa.
Quale unica voce laicale e femminile del Simposio, io ho tenuto la seconda conferenza. A me l'attuale Rettore del Seminario ha voluto affidare il compito di esporre la dimensione ecclesiologica e le implicazioni pastorali della formazione dei preti.
Gli animatori della tavola rotonda sono stati invece alcuni Vescovi che hanno sviluppato alcuni aspetti specifici nella formazione dei candidati al sacerdozio, in particolare quello spirituale, pastorale, sociale. A turno hanno preso la parola Mons. Jean-Marie Benôit Bala, Vescovo di Bafia, Mons. Jean Mbarga, Vescovo di Ebolowa, Mons. Jean Bosco Ntep Vescovo di Edéa e Mons. Timothée Modibo (Gabon).
Le sfide da affrontare
Il secondo Sinodo sulla Chiesa in Africa ha fatto notare la crescita delle vocazioni sacerdotali nel continente. Il clero diocesano negli ultimi dieci anni registra un aumento di vocazioni di circa il 78%. Il Sinodo non ne ha tuttavia taciuto le fragilità e i limiti, soprattutto a livello formativo. Se l'aumento delle vocazioni può essere considerato un segno di crescente maturità delle giovani Chiese, non è però senza ambiguità in rapporto ai giovani candidati che vedono spesso nel sacerdozio la sola possibilità di un'evoluzione della propria situazione personale e di promozione sociale.
La formazione dei sacerdoti è un problema delicato in tutta la Chiesa universale, ma nei paesi dell'Africa nera lo è maggiormente, mancando quella cultura e quelle radici proprie di un cristianesimo millenario, e anche perché molti candidati provengono da ambienti da poco tempo toccati dall'evangelizzazione.
Il conflitto tra alcuni valori culturali africani e le esigenze della vocazione sacerdotale non è senza conseguenze. Il ministero dei preti è spesso minacciato da ostacoli quali l'attaccamento alla famiglia di sangue, l'aspirazione alla discendenza naturale e alla fecondità biologica, così come dalle numerose pratiche pseudo cristiane, costruite su tradizioni e riti locali, che corrompono l'economia sacramentale e la proiettano in un orizzonte spesso magico ed essenzialmente pagano.
Il problema della formazione dei candidati al sacerdozio è capitale. Occorre, in effetti, formare dei Pastori che non si limitino ad essere amministratori del "sacro", ma siano capaci di operare l'evoluzione da un cristianesimo vissuto in Africa quasi esclusivamente in uno spazio sacramentale ad un cristianesimo aperto a tutte le esigenze evangeliche e missionarie. Occorre formare cioè dei Pastori in grado di accompagnare i fedeli attraverso le sfide delle mutazioni profonde delle società africane, generate dalla crisi economica, dalle trasformazioni sociali, dai conflitti etnici, dalla povertà, dai problemi di riconciliazione, di giustizia e pace.
Una formazione, dunque, che permetta ai futuri preti di affrontare gli interrogativi profondi degli uomini di questo tempo, tenendo presente che c'è una fisionomia essenziale del prete che va salvaguardata e che non potrà mai cambiare. Il prete di domani, infatti, non meno di quello di oggi, è chiamato a imitare il Cristo. Come il Signore, egli deve dedicarsi essenzialmente a "comunicare" agli altri la vita divina, quando insegna, quando annuncia la parola, quando dialoga, quando amministra la grazia dei sacramenti, quando parla ai poveri, ai giovani, ai non credenti, quando porta il conforto, la speranza, la fede e la misericordia.
Silvia Recchi
08/01/2010
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