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Vita delle missioni in Africa/54


GIOVINEZZA, UNA RICCHEZZA... CHE PASSA

Incontro di Emilio con i gruppi giovanili
della parrocchia "Beata Anuarite" di Obeck


 

Nel suo recente viaggio in Camerun, Emilio ha incontrato i giovani accompagnatori dei gruppi giovanili della parrocchia "Beata Anuarite" di Obeck a Mbalmayo. L'incontro è stato breve, ma denso di contenuti profondi e dal tono schietto.

I giovani hanno iniziato con l'esporre il cammino percorso quest'anno, alla luce del tema della Giornata Mondiale della Gioventù 2010: "Maestro buono, che debbo fare per avere la vita eterna?" (Mc 10, 17), presentando le acquisizioni e le difficoltà vissute. Infine, essi hanno posto alcune domande sulle linee di formazione dei giovani e sul tema del rapporto fra vocazione e progetto di vita. 



Essere giovani in Africa

Emilio ha esordito sull'importanza di definire e delimitare il tempo della giovinezza in Africa. In effetti, la cultura gerontocratica tradizionale tende a lasciare al margine delle decisioni i giovani adulti che non hanno una posizione economica stabile e a lasciarli indefinitamente nella condizione di "giovani". Il fenomeno si accentua ancor di più nella società moderna, per mancanza di sbocchi occupazionali per i giovani.

La giovinezza, oltre che per l'età, si definisce per la condizione di ricerca e di costruzione del proprio futuro, che non è ancora determinato da scelte e progetti di matrimonio o altre situazioni che impegnano e vincolano in modo definitivo la propria libertà.Franklin e Eric

I giovani hanno imparato così a distinguere fra la libertà fondamentale di scelta della propria vita, e la libertà conseguente di vivere la scelta fatta.

I giovani stessi, nel loro discorso di benvenuto, avevano definito la giovinezza come la loro più grande ricchezza, riprendendo un passaggio della lettera di Giovanni Paolo II indirizzata ai giovani nel 1985: "La vita è un'opera d'arte la cui forma essenziale di umanità è scolpita e impressa nel tempo della giovinezza e si affermerà nel corso di tutta la vita"[1].

Una ricchezza, certamente, ma... che passa, ha sottolineato Emilio invitando in questo modo i giovani a vivere la giovinezza con senso di responsabilità, a impegnarsi nella riflessione, nel dialogo, nello studio, nell'amore ai più poveri e ai più piccoli; soprattutto a non sprecare tempo prezioso.

Ha spiegato loro come le opportunità e le condizioni di vita di un giovane, in Africa, siano ben diverse da quelle dei suoi coetanei che vivono in Occidente. Ha fatto l'esempio del tanto tempo di cui un giovane in Camerun ha bisogno per soddisfare le necessità fondamentali della vita, come l'acqua, il cibo, gli strumenti di comunicazione, per poter studiare, realtà disponibili invece con grande facilità altrove.

La vita di un giovane africano è, infatti, costantemente marcata dalla precarietà. Tale dislivello di vita richiede un rigore più grande nella gestione del tempo da parte dei poveri in generale e dei giovani in particolare. Essi sono chiamati perciò a operare scelte precise di vita quotidiana e a non attardarsi con coloro che sono superficiali e non vogliono impegnarsi.

Formazione del carattere

La formazione dei giovani e dei bambini nel contesto africano, più che altrove, non deve essere quindi considerata tanto una trasmissione di contenuti; deve piuttosto mirare allo sviluppo della personalità e del carattere, necessari per affrontare le numerose difficoltà della vita. Il carattere si forma a partire dalla fedeltà a punti semplici, ma precisi, quali la regolarità e la puntualità, il senso del bene comune, il rispetto e la cura degli ambienti nei quali si tengono gli incontri. È necessario, inoltre, insegnare a rispettare il proprio corpo, a vivere in gruppo, ad adattarsi alle diverse situazioni, anche al di fuori del guscio delle abitudini materne e familiari.

Gli adulti debbono essere interpellati nel loro ruolo insostituibile di educazione dei bambini in famiglia, primo luogo determinante di formazione.

I giovani, da parte loro, sono chiamati a coltivare il senso di responsabilità personale e di indipendenza e soprattutto ad assumere le conseguenze delle proprie azioni, attraverso un lavoro di razionalità, di comprensione delle cause e degli effetti, a non utilizzare, come succede spesso, la grande famiglia africana per scaricare le conseguenze delle proprie irresponsabilità.

"Cari giovani, - diceva Emilio - se Dio perdona a noi molte cose, la vita invece non perdona. Essa è costruita con atti e conseguenze che abbiamo posto. Ciascuno è chiamato a scegliere in libertà e a pagare il prezzo delle proprie scelte".

Anche per la formazione dei giovani, la regola aurea è "vivere le cose dette", il non fermarsi a discorsi ideali, che rimangono vuoti e senza riscontro.

È fondamentale, dunque, offrire un modello di vita coerente alla Parola, un volto e una vita differenti, educando e lasciando poi ciascuno nella solitudine e nella responsabilità inviolabile della propria libertà.

Tra progetto e vocazione

Alla domanda dei giovani sul rapporto tra la vocazione e un proprio progetto di vita, Emilio ha risposto con una riflessione che ha posto i giovani di fronte alle esigenze della radicalità cristiana. Ciascuno nella propria libertà, nell'ascolto della parola di Dio e della propria coscienza, è chiamato a scoprire la volontà del Signore per lui, che è la vocazione alla felicità eterna. Una volta riconosciuta tale chiamata come proprio bene, come la perla preziosa della propria vita, vi deve essere la capacità di acquistare quella perla, rimettendo in discussione i propri progetti. La fede è obbedienza alla parola di Dio. Se invece, dopo averla ascoltata, la dimentichiamo o la neghiamo, siamo ridicoli e stolti.

In una vita cristianamente compiuta, non vi dovrebbe essere contraddizione fra progetto personale e vocazione di Dio all'amore. Se vi è contraddizione, vuol dire che vogliamo che Dio benedica i nostri progetti, contrari alla sua volontà. E questo non è possibile; Dio ci lascia liberi, ma non si fa rinchiudere nei nostri schemi.

Le difficoltà rappresentano una sfida alla nostra fede. Per realizzare la nostra felicità eterna, infatti, incontreremo sempre delle difficoltà. Non esiste una fede autentica, laddove si vogliono smussare e schivare sempre gli ostacoli, vivere in un atteggiamento religioso light, senza problemi, senza lo scandalo della Croce.

È importante, quindi, educare i giovani a non vivere la fede solo nei momenti gioiosi, dei canti e dei raduni, ma a viverla in modo personale per assumere anche le difficoltà e le esigenze della Croce, che, scandalo e follia per molti, è l'unica realtà nella quale vi è salvezza.

Si è trattato di un discorso che ha profondamente toccato i giovani, sia i più grandi, i quali si trovano di fronte a scelte di vita, di studio o professionali, che i più piccoli, ponendoli tutti di fronte al caso serio della scelta di vita cristiana, della sua coerenza fino alla Croce, che comincia e si costruisce nella fedeltà quotidiana.


 

Quello che abbiamo scoperto

Quello che abbiamo scoperto è che per avere la vita eterna, dobbiamo ascoltare la parola di Dio. Essa è la fonte della vita che noi cerchiamo, il cammino per giungervi. È anche la forza che apre le porte del nostro cuore e ci rende attenti alla vita intorno a noi.

In secondo luogo, abbiamo capito che la gioventù ha bisogno di formazione, di riflessione e di preghiera. La parola di Dio va unita a una formazione alla vita sociale e alla riflessione su di essa.

In terzo luogo, che "la giovinezza è la nostra principale ricchezza", il momento più importante della nostra vita, il tempo in cui dobbiamo scolpire l'avvenire in quanto siamo noi gli artefici della nostra vita.

Inoltre abbiamo imparato che dobbiamo rispondere alla domanda di Gesù: "Perché mi chiami buono?". È per amore o per interesse? Solo Dio è buono e amarlo è essere fedeli, rispettare i comandamenti, rispondere alla vocazione all'amore che è anche lasciarsi attirare dalla chiamata di Dio, a donarsi, come Gesù, per una giusta causa.

Infine, abbiamo capito che cercare la vita eterna è essere responsabili, fedeli ai nostri impegni, è avere un ruolo importante nella Chiesa, vivendo da cristiani, in tutte le dimensioni della nostra vita.

(Dal discorso di benvenuto di Eric Ntsama, Responsabile della Coordinazione Giovani di Obeck, 16 agosto 2010)

 

 

Antonietta Cipollini



[1] Cfr. Lettera Apostolica Dilecti Amici del Papa Giovanni Paolo II per l'Anno Internazionale della Gioventù (31 marzo 1985), n. 13, in www.vatican.va
 

11/10/2010

 
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