Vita delle missioni in Africa/59
SAPPIAMO VERAMENTE PREGARE?
Una domanda posta ai giovani dei gruppi liturgici
Qualche anno fa, in occasione della celebrazione del decimo anniversario dell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa, si è tenuto a Yaoundé un Simposio internazionale sulla sua ricezione nelle Chiese d'Africa.
Tra i vari interventi di cui la maggior parte sottolineavano l'urgenza di un impegno cristiano nel sociale, tenuto conto della palese contraddizione tra il gran numero dei fedeli che riempiono le chiese d'Africa e la decadenza delle società africane, fu posta questa domanda: "In Africa le liturgie sono belle e sontuose, ma sappiamo veramente pregare?".
Lex orandi, lex credendi, lex vivendi: si vive e si crede ciò che si prega.
La domanda, che intendeva ricentrare il dibattito sull'essenziale, ricorda ancora oggi la necessità per i fedeli di ritornare alla sorgente della loro vita di fede e del loro impegno cristiano, affinché possano portare dei frutti visibili anche nella società. Si tratta della stessa urgenza espressa dal Secondo Sinodo per l'Africa sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace.
Nella vita ecclesiale si constata invece una ripresa delle preghiere di guarigione e di esorcismo, cioé di comportamenti che rischiano di confinare la preghiera dei fedeli in una dimensione di alienazione e di magia.
A tal proposito, particolarmente arricchente è stato l'incontro sul tema della preghiera che Emilio ha tenuto, in occasione della sua visita alla parrocchia "Beata Anuarite" di Obeck, in Camerun, per i giovani dei gruppi liturgici: le corali, i chierichetti, i lettori e i membri del servizio d'accoglienza.
Dio ci parla e attende la nostra risposta
In un ambiente dove la preghiera è spesso vissuta come fuga da un impegno responsabile da parte dei fedeli di fronte ai problemi della miseria e del sottosviluppo, per trovare rifugio in un dio "tappabuchi", Emilio ha voluto sottolineare la struttura fondamentale della preghiera cristiana, in quanto dialogo tra Dio e il suo popolo, tra Dio ed ogni fedele.
"In principio era il Verbo..." (Gv 1, 1): l'iniziativa del dialogo appartiene a Dio che si rivolge agli uomini, parla e si rivela. Prima d'ogni progetto e opera umana, vi è l'azione di Dio, opus Dei, di un Dio che è da sempre alla ricerca dell'uomo per farne il suo partner e il suo amico.
Non spetta dunque a Dio rispondere alle nostre sollecitazioni, alle nostre richieste; tocca invece innanzitutto a noi rispondere alla sua Parola che ci interpella.
Nella preghiera, siamo chiamati non a moltiplicare le parole e i gesti, ma ad ascoltare e a fare memoria di ciò che Dio ha detto e operato. La parola di Dio - ha spiegato magnificamente Emilio ai giovani - è come una lettera indirizzata a ciascuno di noi, lettera alla quale ciascuno dovrà dare la sua risposta personale.
Ciò comporta l'esigenza di favorire, nelle nostre assemblee, degli spazi di silenzio come parti integranti della liturgia. Occorre per questo un'educazione al valore del silenzio cui i fedeli delle nostre chiese sembrano particolarmente allergici: in casa, riempiono il vuoto del silenzio con il rumore dei mezzi di comunicazione; in chiesa, con la tendenza a sostituirlo con canti interminabili e giaculatorie d'ogni genere.
Il silenzio esteriore aiuta, invece, a vincere gli automatismi dei gesti e delle parole, la loro superficialità, e a creare il silenzio interiore, espressione di povertà del cuore che, unica, può permettere l'accoglienza della Parola.
In tal senso la nostra preghiera dovrebbe sempre cominciare con la confessione dei propri peccati. Contro ogni tendenza al vittimismo - tendenza particolarmente accentuata in un ambiente culturale dove l'antropologia tradizionale concepisce la vita dell'uomo come una battaglia senza tregua contro gli spiriti cattivi e alla ricerca continua di quelli buoni che lo proteggono -, Emilio ha ricordato ai giovani che non si tratta di denunciare i peccati degli altri, ma piuttosto di riconoscere i propri. Solo questo atteggiamento permette di cercare e far sorgere nel cuore il bisogno di Dio, della sua grazia, della sua misericordia, del suo consiglio.
Senza quest'atteggiamento di povertà, non si può entrare nello spirito della liturgia e quest'ultima finisce per ridursi a teatro, a uno spettacolo "in costume" dove si recitano delle parti prestabilite, senza che ciò possa inquietarci, interpellarci, sconvolgere le nostre vite portandovi la novità che ci libera dalla monotonia del peccato e che ci apre all'azione di Dio.
L'uomo, partner di Dio
"Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra... ", sono le parole del "Padre nostro" che recitiamo spesso. Dio, attraverso la sua Parola, esprime la sua volontà, manifesta il suo progetto; la preghiera autentica, lungi dall'essere un rifugio che aliena, rinvia l'orante al compimento del piano di salvezza. L'uomo che prega è così chiamato a diventare "partner di Dio" in vista della realizzazione di questo piano.
Nella celebrazione eucaristica, il rito delle offerte, "frutto della terra e del lavoro dell'uomo", esprime bene questa dimensione di collaborazione. Senza l'apporto del nostro lavoro e dei frutti della terra, lo Spirito Santo stesso sarebbe incapace di fare di noi i contemporanei di Gesù, al punto d'essere un solo Corpo con Lui.
Il contatto assiduo con la "Parola di vita", Parola vera e di verità, contribuirà anche a smascherare ogni forma di corruzione della parola, operata nella vita e nella società, dove i fatti contraddicono molto spesso i propositi annunciati.
La preghiera diventa allora una potente forza storica di trasformazione che ci impegna in una vita di solidarietà, di amore, di costruzione di una città dell'uomo ad immagine e somiglianza della città di Dio, dove non ci sono più odi, ingiustizie e discriminazioni.
Gli atteggiamenti caratteristici della preghiera liturgica - l'ascolto, la memoria, il dialogo - devono ritrovarsi anche al centro delle preghiere delle confraternite delle nostre parrocchie, così come nelle loro sessioni di formazione il cui scopo rimane quello di una più grande capacità di ascolto della Parola, del suo approfondimento e della condivisione della risposta personale.
Una delle preghiere più amate dal popolo di Dio di tutti i continenti, è il rosario che Emilio ha presentato ai giovani di Obeck.
Dopo essersi soffermato sulle origini storiche di questo "salterio dei poveri", ha insistito particolarmente sul suo carattere biblico. Contemplare i differenti misteri, significa infatti fare memoria, affinché si realizzi in noi l'azione di un Dio che ha parlato a una vergine d'Israele e ha preso carne nel ventre di colei che ha creduto senza contrapporre alcun ostacolo alla sua Parola.
Maria vive di questa Parola; l'ascolta, se ne nutre e questa Parola diventa nel suo ventre il Corpo di Gesù Cristo. Come Maria, anche noi siamo chiamati a generare la Parola di Dio affinché sia presente e operante nel mondo.
Vivere e condividere la Parola
Senza moralismi e senza alimentare illusioni o fornire soluzioni prefabbricate per affrontare le emergenze della vita, Emilio ha proposto alla meditazione dei giovani i punti essenziali per imparare a pregare e, dunque, per vivere la vita cristiana.
I giovani, così, hanno meglio recepito la profondità degli insegnamenti che hanno caratterizzato il loro impegno all'inizio di quest'anno pastorale. Hanno proceduto, oltre a ciò, all'aggiornamento dei loro programmi: l'attenzione alle persone e al loro cammino, in dialogo con la Parola ascoltata, è diventata una priorità rispetto alle molteplici attività in cui sono impegnati.
Proprio per questo abbiamo voluto orientare i giovani, non solo alla partecipazione assidua alla Messa della domenica, ma anche all'adorazione eucaristica settimanale, seguita dalla recita dei Vespri. Sono stati invitati inoltre all'appuntamento mensile del "partage del Vangelo" dove imparano, nel silenzio e nell'ascolto, a pregare approfondendo la Parola, mettendo in comune la loro riflessione e verificando la propria vita alla Sua luce.
Franco Paladini
27/12/2010
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