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Vita delle missioni in Africa/67



PRENDERE IL LARGO!

La celebrazione del "ponte" di amicizia e di preghiera


  
 

La festa dei malati e dei poveri seguiti dalla Caritas della parrocchia Beata Anuarite di Obeck è celebrata da alcuni anni nel giorno dell'Ascensione; questo stesso giorno è diventato ormai occasione di celebrazione del "ponte" di amicizia e di preghiera tra i poveri e i malati di questa parrocchia e quelli della parrocchia Sagrado Corazón de Jesús di Ypacaraí in Paraguay.  

Il promotore di questo "ponte" è Emilio che, in una storica omelia pronunciata nel corso di una giornata Caritas, ne aveva spiegato le linee portanti in vista dell'organizzazione di un nuovo apostolato.

Invitava, così, i malati e i poveri della parrocchia di Ypacaraí a non lasciarsi abbattere dal peso del pregiudizio dell'inutilità della loro vita. Li incoraggiava a riscoprire il ruolo attivo che possono giocare, unendo le loro sofferenze a quelle di Cristo ed offrendole affinché il Vangelo giunga fino agli estremi confini della terra. Li inviava in tal modo in missione, proponendo loro di versare concretamente questo "capitale" di sofferenza e di preghiere in favore dei poveri e dei malati della parrocchia Beata Anuarite di Obeck, in Camerun.

Li ha chiamati a prendere il largo.

La formazione dei nuovi "missionari"

Il gruppo della Caritas di Obeck, da parte sua, ha risposto con slancio a questo stesso invito, assicurando la reciprocità di preghiere e di destinazione del patrimonio di sofferenza dei malati e dei poveri di questa parrocchia.

Il "ponte" è così nato e da un anno e mezzo costituisce il cuore della pastorale della parrocchia di Obeck alla quale sta dando un'identità nuova attraverso il suo slancio missionario, come un motore che trascina le altre forze e i gruppi parrocchiali.

L'adesione al "ponte" non è certo una semplice passeggiata senza difficoltà né fatica. Si tratta infatti di condurre un'azione permanente di formazione "missionaria" nei confronti dei malati, dei poveri e delle persone anziane assistite dai membri della Caritas parrocchiale. Occorre trasmettere loro la convinzione di essere anch'essi chiamati a edificare la Chiesa, dando un esempio di perseveranza nelle difficoltà, di pazienza, di dolcezza, di gratitudine e di bontà. I malati e i sofferenti sono esortati a rifiutare ogni atteggiamento che fa di loro delle persone rassegnate, prostrate dalla tristezza, per divenire capaci di dare agli altri il frutto del loro combattimento, della loro sofferenza e delle loro preghiere.

I membri della Caritas devono ormai impegnarsi non solo nell'assistenza materiale, ma anche in una vera e propria catechesi missionaria, compito che Agnès, la responsabile del gruppo, e tutti i suoi collaboratori hanno assunto con generosità, entusiasmo e intelligenza. 

La serietà del "ponte"

Questa visione ha portato dei cambiamenti nella preparazione della festa annuale dei malati: il "ponte di amicizia", infatti, richiedeva loro e alle rispettive famiglie un ruolo molto più attivo.

 Durante il mese che ha preceduto la celebrazione della festa, i membri della Caritas non si sono recati, come al solito, presso i poveri e i malati dei diversi quartieri. Hanno richiesto che fossero le famiglie stesse ad accompagnarli alla parrocchia per gli incontri settimanali. Tutti i giovedì i malati si sono ritrovati per recitare il rosario per i poveri e i malati di Ypacaraí; veniva anche fatta loro una catechesi sul valore cristiano della sofferenza e sul senso della loro partecipazione al "ponte".

Durante questi incontri, si è insistito anche sulle norme di igiene che dovevano impegnarsi a rispettare, tenuto conto della tentazione permanente di trascurarsi e di lasciarsi andare, in un contesto di povertà, di vecchiaia e di malattia. A tal riguardo, maman Yohanna, una vecchietta di 102 anni, ancora piena di vita, ha vinto il primo premio della gara per la pulizia e l'ordine della propria camera.

Tuttavia, la novità che ha caratterizzato quest'anno la preparazione della festa e che ha interpellato i malati in un sforzo personale di conversione, ha riguardato il loro atteggiamento di fronte alla malattia e alle cure mediche. La Caritas ha richiesto ai malati di accettare di essere visitati da un dottore di fiducia, assistito da Ruphine, l'infermiera della Caritas, che li ha consultati, con grande devozione, stabilendo per ciascuno di loro una cartella medica e prescrivendo le cure necessarie ed appropriate.

Questa visita era la condizione sine qua non per accedere dignitosamente al sacramento dei malati, perché significava il rigetto di ricorrere ai fattucchieri e agli indovini, per ottenere la salute. Era anche un modo di lottare contro quella visione che riduce il sacramento dell'unzione dei malati a un atto magico che annullerebbe di colpo la malattia o ad un palliativo che sostituirebbe l'aspirina o qualsiasi altro analgesico. Si trattava di educarli a considerare questo sacramento come sacramento di lotta spirituale che comincia dal rifiuto del peccato che rafforza lo spirito, e che porta benefici anche al corpo, sacramento che aiuta a compiere la volontà di Dio.  Una battaglia certamente difficile per i membri della Caritas! Non tutti i malati sono riusciti a vincerla; quelli che non hanno accettato questo cammino di conversione sono attesi al prossimo appuntamento.

Da questo punto di vista, ci si è particolarmente rallegrati della conversione dei genitori di un povero bambino colpito da una grave malformazione ai piedi che gli impedisce di camminare normalmente. La famiglia rifiutava di dare il suo modesto contributo e non accettava nemmeno l'aiuto della Caritas per sottoporre il bambino ad un intervento chirurgico, essendo considerato come un "bambino serpente", vittima di pratiche di stregoneria. Grande è stata dunque la gioia dei collaboratori della parrocchia quando la mamma ha portato il suo contributo e ha espresso il suo accordo, accettando che il figlio potesse essere seguito dalla Caritas e, infine, curato.

Il canto di Charles

La festa è stata preparata nei minimi dettagli, con la collaborazione dei differenti gruppi parrocchiali, coi balafons (i tipici strumenti musicali africani) rinnovati, il soffitto della chiesa ancora fresco di pittura.

Alexandre e Etienne, due giovani del servizio tecnico, avevano mostrato ai malati, nei giorni precedenti, il diaporama proveniente da Ypacaraí che descriveva le realtà della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús, con loro somma gioia.

Il giorno della festa, i malati sono arrivati in chiesa, accompagnati dalle famiglie, chi in auto pubbliche, chi su una seggiola a rotelle e chi persino in una carriola. Erano belli e ordinati, fieri e gioiosi, in tenuta di festa, con gli abiti confezionati con lo stesso e magnifico tessuto scelto per quella giornata.

Hanno preparato le intenzioni di preghiera per i malati di Ypacaraí e hanno organizzato la danza con le offerte. Un migliaio di fedeli ha assistito alla celebrazione, sedotti da una cerimonia calorosa e viva durante la quale è stato rievocato il percorso storico del "ponte", il suo significato e le sue esigenze.

I malati hanno ricevuto il sacramento al quale si erano da tempo preparati. Poi, la voce di Charles, il loro decano, è esplosa in chiesa con tutta la sua forza, intonando un vecchio canto in lingua ewondo, dal titolo Yesus atëgë Satan (Gesù ha vinto Satana), un inno di lotta contro le tentazioni del diavolo che invita a trasformare le nostre paure e i nostri dubbi in una speranza certa che Dio tiene il mondo nelle sue mani e che infine trionferà, malgrado tutte le oscurità.

È sempre Charles che, alla fine della celebrazione, ha preso la parola a nome dei malati per esprimere tutta la loro gratitudine a Emilio, alla parrocchia e a tutti coloro che hanno collaborato per fare di questo giorno una manifestazione di festa e di gioia. La pioggia abbondante e generosa che è caduta dal cielo è stata percepita, secondo la mentalità africana, anche se eravamo in piena stagione delle piogge, come un segno della benedizione divina.

Alla fine della messa, un pasto fraterno, preparato con cura e amore dai membri della Caritas, è stato condiviso nella sala parrocchiale, con la "birra d'ananas" e il "succo di baobab", preparati per l'occasione da Agnès.

È stato un giorno memorabile per i fedeli più poveri e più sofferenti di Obeck e anche per i numerosi fedeli presenti che si sono resi conto che l'amore è possibile, e che siamo in grado di metterlo in pratica; è l'amore che ci dà il coraggio di vivere e di agire e di illuminare un mondo reso oscuro da ogni forma di tristezza, di rassegnazione e di egocentrismo.

Quello che abbiamo celebrato è un "ponte" di vita e di lotta, un "ponte" che ha dato nuova forza ai presenti e ha ringiovanito la Chiesa che vive a Obeck.

Silvia Recchi


25/06/2011

 
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