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Vita delle missioni in Africa/70



Ritornando al quartiere...


  


Un confronto necessario

Al mio ritorno in Camerun, dopo la mia permanenza in Paraguay e in Europa, avverto più dolorosa l'impressione d'"immobilità", di stagnante povertà (quando non vi è un ulteriore degrado) delle situazioni sociali dei quartieri e dell'abbassamento del livello di vita familiare.

Fra i numerosi elementi indicatori di tale povertà, mi colpisce quello dell'educazione e il dislivello d'opportunità che i bambini in particolare vivono in questi quartieri rispetto a quelli dell'Italia e dell'Occidente in generale.

 I numerosi bambini, che popolano i quartieri in questo periodo di vacanze scolastiche, si occupano della cucina o si divertono come possono nelle pozzanghere o al gioco antico e diffuso anche qui della "campana" (che loro chiamano paradiso), tracciando i quadrati su cui saltano e gareggiano tra la polvere. Qui in Camerun, i bambini sanno essere felici con poco.

Se si pensa a quante opportunità hanno i bambini in Italia durante le vacanze, il contrasto è forte e il confronto insostenibile. Nelle città dell'Emilia dove ho vissuto di più, i comuni e le parrocchie gareggiano a creare spazi e iniziative di giochi in piazza e periodi di campi estivi.

Raccontavo ai giovani di Obeck un po' increduli e divertiti che, appena arrivata in Italia, facevo fatica ad abituarmi ai dislivelli dei costi della vita: ad esempio, in un magazzino di Modena, credevo vi fosse un errore nel prezzo di una maglietta per bambini di meno di cinque anni che costava 70 euro (quasi il doppio del salario minimo di un operaio in Camerun), solo perché di una marca in voga.

Anche agli adulti e ai bambini in Italia, nel contesto di una sensibilizzazione missionaria nelle celebrazioni domenicali, ricordavo che è importante imparare a distinguere i bisogni essenziali, a non essere schiavi delle proposte pubblicitarie e a sapersi confrontare con i più poveri e imparare a condividere con loro le cose che abbiamo.

Spiegavo loro in Italia - come lo faccio oggi ai giovani della parrocchia di Obeck - che le statistiche del PNUD del 2001 calcolano che in Italia, il 6 per mille di bambini muore al di sotto dei cinque anni d'età; in Camerun, invece, è il 155 per mille di bambini, un'enormità, che non arriva a quel traguardo. Ciò a causa della povertà che si manifesta nei suoi diversi volti: quello della mancanza di mezzi economici e sociosanitari e dell'ignoranza.

 I bambini in Africa vivono, infatti, una vera e propria selezione naturale. Devono presto imparare a sbrogliarsela da soli, a lottare per la sopravvivenza alimentare. Le sorelle maggiori diventano presto "mamme" dei fratellini più piccoli, con tutti i loro limiti di bambine, perpetuando errori e modelli acquisiti. Le famiglie sono molto spesso composte da un solo genitore e non assolvono la loro funzione di educare e di dare dei modelli di vita.

Continuando il nostro giro dei quartieri, troviamo diversi bambini nelle case degli anziani, spesso come aiuto ai nonni immobilizzati. Sono anch'essi bloccati e fermi in quell'orizzonte chiuso per fare loro dei piccoli servizi.

In diversi casi, riscontriamo che i genitori chiudono a chiave i bambini in casa davanti al televisore, che riversa programmi diseducativi, e se ne vanno al campo o al mercato e ciò nonostante i casi di incidenti mortali, causati il più delle volte dall'incendio della casa per la caduta di una lampada a petrolio o di una candela.

Le nostre visite diventano, allora, occasioni preziose per far capire alle famiglie l'importanza degli "ultimi", che non sono solo gli anziani, ma anche i bambini, e quanto sia utile che li mandino in parrocchia per le attività che i giovani organizzano per i più piccoli in questo periodo.

I due volti della missione

 La realtà della povertà di questi quartieri non ispira in noi sentimenti strappalacrime. È una realtà dura di combattimento fra la vita e la morte, che richiede perciò una lotta per il cambiamento di mentalità, per un impegno concreto, quotidiano e costante dei cristiani e dei giovani della nostra parrocchia.

La povertà ci richiede apertura di cuore per vedere, fermarsi e rimettersi in discussione. Nel Vangelo, uno solo, un samaritano, vede, mosso da viscere di misericordia, e si ferma per aiutare un uomo battuto, spogliato dai banditi dei suoi beni e abbandonato al bordo della strada (cfr. Lc 10, 30-37).

I sacerdoti, nel racconto del Vangelo, vanno oltre, sono indifferenti alla sofferenza altrui, chiusi in se stessi, pensano ai loro riti di purificazione e ai loro filatteri (le stole di oggi). Evitano di toccare il sangue di quel ferito per paura di diventare impuri, dimenticando, però, che l'attenzione al povero è il vero "spirito" della legge del Signore e di ogni celebrazione. Non fanno memoria vivente della liberazione dall'Egitto, quando il popolo era povero e oppresso. Allora, ricchi soltanto del Signore che lo liberava, i figli d'Israele avevano fatto un'esperienza di vittoria, accettando un cammino esodiale per formare un popolo, imparando nel deserto a vivere insieme.

Il Vangelo ci indica di amare il prossimo come ha fatto il Buon Samaritano della parabola, simbolo del Signore stesso, e ci invita a commuoverci profondamente di fronte alla sofferenza di folle senza pastore, per ridare valore e senso profondo alla loro vita.

I cristiani contemporanei sono interpellati dai poveri, vicini e lontani, in quanto sacramento del Fratello, di Cristo che si è fatto povero fra noi, per ritrovare la passione per l'uomo e, dunque, per la missione. Ai poveri è destinato l'annuncio di una salvezza integrale, che si china sulla sofferenza, ma che chiama anche a responsabilità.

Questa tournée di visite ai malati, si è conclusa con il partage de l'Évangile, l'incontro di lettura e commento del Vangelo insieme ai giovani.

Con loro, abbiamo riflettuto che in queste settimane ci hanno permesso di conoscere meglio le due dimensioni e i due volti della missione: da una parte, quella della preghiera come leva potente nella Chiesa, personificata da Santa Teresina del Bambin Gesù, patrona delle missioni. La preghiera umile dei poveri, preziosa agli occhi del Signore, attraverso un ponte che unisce l'Africa e il Paraguay, infatti, dona nuovo slancio all'evangelizzazione nella nostra parrocchia e nella Chiesa universale.

Dall'altra, quella della necessità dell'annuncio, di andare per le vie del mondo, dimensione rappresentata dall'altro patrono delle missioni, San Francesco Saverio, che indica ai giovani la generosità del dono di sé e della missione verso i lontani.

 San Francesco SaverioNel visitare i quartieri mi è ritornata in mente una stupenda lettera di san Francesco Saverio, scritta in un impeto d'ardore missionario, che racconta del fatto che percorrendo i villaggi non aveva avuto un attimo di riposo per quanti bambini aveva battezzato e quanti incontri di catechesi aveva fatto, e che aveva fatto a meno di recitare l'ufficio divino, e perfino di mangiare o riposare fino a quando non avesse insegnato loro una preghiera.

Di fronte a quest'immenso campo di lavoro missionario, egli esclama:

"'Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d'Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimé, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all'inferno!
Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!"
[1] 

Una pagina espressa in categorie evangelizzatrici del suo tempo, ma che conserva tutto il suo fascino spirituale di una vita piena di passione per l'evangelizzazione e di critica di coloro che hanno più dottrina che carità.

L'immersione nella realtà dei poveri richiede agli evangelizzatori di vivere e comunicare ai giovani la profondità della missione della preghiera e lo zelo di comunicare il Vangelo, sulle vie del terzo millennio.

Antonietta Cipollini



[1] Cfr. Lettera di Francesco Saverio a Sant'Ignazio (1542 e 1544), Memoria dell'Ufficio delle Letture del 3 dicembre.


28/07/2011


 
 
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