Comprendere il Diritto Canonico
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IL “BENE COMUNE” NEL CODICE DI DIRITTO CANONICO 


 

"Dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, ... [con] quella sorta di «grammatica» che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro"[1]. Così si esprimeva Giovanni Paolo II all'Assemblea Generale delle Nazioni Giovanni Paol II all'Assemblea Generale delle Nazioni UniteUnite in occasione del 50° della sua costituzione.

Fondare i nostri discorsi sull'uso corretto di un linguaggio comune è basilare, se non vogliamo fraintendimenti. Ci riferiamo all'espressione "bene comune" nel Codice di diritto canonico da cui nasce la domanda: il significato che il Codice ecclesiale attribuisce all'espressione "bene comune" è lo stesso che viene dato dal linguaggio corrente, ovvero: il "bene comune" equivale al "bene della società civile"?
Rispondere a tale questione non è di poco conto, se si tiene presente la confusione o la polemica che può generare ed in effetti ha suscitato il can. 287 che al §2 presenta una clausola alla restrizione che riguarda il "chierico"[2], al quale è proibito avere "parte attiva nei partiti politici". Tale clausola prevede la sospensione della restrizione per "la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune".

Nel
nostro precedente commento a questo canone, abbiamo visto che la valutazione e la decisione se sia necessario, in situazioni straordinarie, che un ministro sacro (sia sacerdote che Vescovo) intervenga nella vita politica di uno Stato civile spettano all'autorità ecclesiastica competente. Sono implicati nella decisione sia l'Ordinario del luogo dove si vorrebbe esercitare tale leadership[3] che l'Ordinario proprio del sacerdote (il Vescovo o chi gode nei confronti del sacerdote della stessa potestà ordinaria)[4]. Nel caso di un Vescovo, è il Romano Pontefice.
 
A partire dalla natura del diritto canonico esamineremo il significato teologico di "bene comune" per passare alla lettura dei singoli canoni in cui tale formulazione viene utilizzata.

La natura teologica
del "bene comune"

Secondo l'indole propria del diritto canonico, "il bene comune nella Chiesa deve essere considerato innanzitutto sotto l'aspetto teologico per comprendere e attuare il bene comune giuridico"[5].
Questa è la base su cui poggia il diritto canonico che è aperto alle realtà divine, senza dimenticare di tenere i piedi ben fissati in quelle umane. Infatti, "la funzione propria del diritto ecclesiale è far sì che i fedeli superino il proprio individualismo ed attuino la loro vocazione nello stesso tempo personale e comunitaria, in quanto il fine del diritto nella Chiesa è duplice: tutelare la comunione ecclesiale e proteggere i diritti dei singoli fedeli. Tuttavia questi due fini dipendono l'uno dall'altro, in quanto solo nel promuovere e tutelare il bene comune, cioè la comunione ecclesiale, si ottiene la sempre più piena attuazione dell'uomo come persona umana e come fedele. ... Per questo i doveri ed i diritti dei fedeli sono doveri e diritti soprannaturali e le istituzioni della Chiesa, con tutte le leggi positive che le regolano, hanno come fine quello di essere strumenti di grazia, quindi di favorire il bene dei fedeli, che è la salvezza eterna"[6]. Quest'ultima espressione conclude, infatti, la serie dei canoni del Codice di diritto canonico ed è l'anima del diritto della Chiesa.

L'immagine, dunque, alla quale la Chiesa aspira e nella quale si realizza è quella della "comunione spirituale tra tutti i battezzati, cioè come comunione dei santi, dove il bene di tutti diventa il bene di ciascuno e il bene di ciascuno diventa il bene di tutti"[7]. In base a tale definizione, risulta che il "bene comune" si riferisce alla Chiesa che tende alla salvezza eterna sua e del singolo, avendo essa un'indole soprannaturale conferitale da Cristo[8].

Il senso di "bene comune" nei canoni


Nella parte che riguarda i diritti di tutti i fedeli, al can. 223 §1 si parla del "bene comune della Chiesa" in vista del quale i fedeli possono esercitare i loro diritti come singoli ed in associazione. Il §2 dello stesso canone specifica che spetta all'autorità ecclesiastica regolarne l'applicazione "in vista del bene comune". Qui il canone esplicita che il "bene comune" si riferisce alla Chiesa stessa.
Dove si parla del mantenimento dei seminari, il can. 264 §2 utilizza l'espressione "il bene comune della Chiesa". Anche qui il significato del testo è esplicito.
Per quanto riguarda le associazioni private dei fedeli, al can. 323 §2 si fa riferimento al "bene comune" quando si regola l'esercizio dell'apostolato che a tal fine deve essere ordinato. Anche in questo canone, trattandosi dell'apostolato, il suo esercizio riguarda a fortiori il bene della Chiesa.
Solo al can. 795 ci troviamo di fronte ad una diversa accezione del "bene comune". Esso tratta dell'educazione dei fanciulli e dei giovani, come formazione integrale della persona umana "in vista del suo fine ultimo e insieme del bene comune della società". Con una formulazione circostanziata il canone si riferisce al "bene comune" che non è quello della società ecclesiale, ma della società civile.
In base all'analisi dei testi, possiamo dire che il Codice ecclesiale utilizza il termine "bene comune" per significare il bene della Chiesa, specificando se si tratta del bene della società. Questa interpretazione è rafforzata dal significato che ha un'altra espressione simile, cioè "bene pubblico" in altre parti del Codice.

Il senso di
"bene pubblico" nei canoni

Al can. 116 §1, che si riferisce alle finalità delle persone giuridiche pubbliche di natura e finalità ecclesiali, si dice che il compito loro affidato è "in vista del bene pubblico". Dal contesto si deduce che "bene pubblico" di cui si parla è quello della Chiesa.

Al can. 1201 §2 viene definita la natura del giuramento promissorio in rapporto all'atto che si promette. Se si giura di compiere un atto che porta danno agli altri, oppure pregiudica il "bene pubblico" e la "salvezza eterna", tale giuramento è inesistente e non obbliga alla sua attuazione. La formulazione indica il bene pubblico della Chiesa, connesso intimamente alla salvezza eterna dei suoi membri.
Nella parte che riguarda le sanzioni penali, il can. 1348 evoca il "bene pubblico" oltre al bene del singolo, quando l'Ordinario applica delle ammonizioni. Conoscendo l'indole del diritto penale ecclesiale, è fuori dubbio che il "bene pubblico" riguarda solo la Chiesa, in cui una pena viene comminata per la salvezza eterna della persona e della comunità dei fedeli.
Nel diritto processuale, il "bene pubblico" è presente in diversi canoni[9]. In essi il "bene pubblico" si riferisce alla Chiesa nella quale e per la quale il diritto vige. Stessa interpretazione è da applicare al canone 1715 §1 che riguarda il diritto patrimoniale.

Ora, dopo aver scorso questa panoramica di espressioni, possiamo tirare delle conclusioni.

Conclusioni


Partendo dall'La Trinità di Rublevaspetto soprannaturale della Chiesa, in cui il diritto canonico trova la sua collocazione, si ha una prima risposta. Il carattere soprannaturale del "bene comune" è dimensione intrinseca della comunione ecclesiale, anima della Chiesa, che è unione tra i fedeli basata sulle relazioni trinitarie. Il "bene comune" è, quindi, il bene soprannaturale vissuto già oggi concretamente, nella Chiesa, tra i fedeli, "perché l'uomo può sperimentare la sua vera liberazione unicamente nella comunione ecclesiale, che è la comunione con la vita divina trinitaria"[10].


Dal punto di vista dell'analisi esegetica dei canoni, l'espressione "bene comune", come l'altra analoga di "bene pubblico", si riferisce alla Chiesa. Un rimando alla società civile non è scontato nel contesto del Codice di diritto canonico. I canoni, infatti, non intendono regolare la vita della società civile che, secondo il principio della giusta autonomia delle realtà terrene, si governa secondo un sistema statutario proprio. Per questo già nel Concilio Vaticano II si esortavano i sacerdoti ad avere "il massimo rispetto per la giusta libertà che compete ai laici nella città terrestre" [11].

Ritornando alla domanda iniziale, possiamo concludere che l'espressione "bene comune" non è univoca nel Codice di diritto canonico e nel linguaggio corrente. Non è, dunque, legittimo identificare il "bene comune" del §2 del can. 287 con quello della società civile. Esso è primariamente il bene della Chiesa, come realtà che trascende il mondo ed i suoi valori. Per questo, la competenza di stabilire l'opportunità o meno che un sacerdote, in quanto "testimone delle realtà future" o un Vescovo, in quanto "ministro del governo della Chiesa", ricopra cariche politiche ricade esclusivamente sotto la gerarchia ecclesiastica.


Con un'interpretazione individualistica di tale clausola, un ministro ordinato romperebbe la comunione ecclesiale, con la conseguenza che la gerarchia ecclesiastica deve intervenire per salvaguardare il bene delle anime, maxima lex in Ecclesia. Non è dunque un atto di autoritarismo come alcuni vorrebbero interpretare, ma un servizio dovuto per ristabilire l'ordine infranto della struttura interna della Chiesa e per salvaguardare la salvezza eterna del singolo, più importanti di ogni successo mondano. Compiti di servizio e salvaguardia che sono specifici della gerarchia.


Se poi l'individuo si sente in coscienza di dover rompere con la comunione ecclesiale, non può certo appellarsi alla legge di carità, almeno non quella vigente nella Chiesa Cattolica, che riconosce la gerarchia come l'istituzione voluta da Cristo per guidare i fedeli verso un fine soprannaturale, l'unione con Dio, che è pienezza della carità.


                                                                                                     Maria Cristina Forconi



________________________

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, New York: il messaggio consegnato nella sede dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, per la celebrazione del 50° di fondazione (5 ottobre 1995), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII/2, 732.
[2] Il termine "chierico (o ministro sacro)" comprende tutta la gamma del sacramento dell'ordine, dal diaconato fino all'episcopato (cfr. can. 1009 §1). La costituzione conciliare Lumen Gentium al n. 21 afferma che con l'ordinazione episcopale "viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine".
[3] Cfr. Código de Derecho Canónico. Edición bilingüe comentada por los profesores de la Facultad de Derecho Canónico de la Universidad Pontificia de Salamanca. Director L. De Echeverría, BAC, Madrid 1983, 173.
[4] "In generale è «ordinario» chi è titolare di un ufficio ecclesiastico che comporta una potestà ordinaria in qualche modo assimilabile a quella episcopale", G. Ghirlanda, Ordinario (Ordinarius), in Nuovo Dizionario di Diritto Canonico. A cura di C. Corral Salvador, V. De Paolis, G. Ghirlanda, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1993, 736. Per un elenco degli Ordinari, cfr. can. 134.
[5] G. Ghirlanda, Diritto canonico (Ius canonicum), in Nuovo Dizionario di Diritto Canonico..., 352.
[6] G. Ghirlanda, Diritto canonico..., 352-353.
[7] G. Ghirlanda, Diritto canonico..., 353.
[8] È evidente che il bene comune della Chiesa, così inteso, ha implicanze nella società, pur sempre nella distinzione tra l'ordine soprannaturale e naturale che, nell'unica storia di salvezza, si ricapitolano in Cristo. In questa sede vogliamo, comunque, sottolineare il significato preciso dei termini e la loro giusta utilizzazione.
[9] Si tratta dei canoni 1430, 1431 §1, 1452, 1481 §3, 1532, 1536, 1598 §1, 1691, 1696, 1728 §1.
[10] G. Ghirlanda, Diritto canonico..., 352.
[11] Cfr. Presbyterorum ordinis, 9.

                                                                                                                      

                                                                                                                

13/03/2008