Conoscere la vita consacrata/22  

 

 


LA SFIDA DELLE CULTURE

Vita consacrata e inculturazione

 


In quanto segno del primato di Dio, la vita consacrata si presenta come una benefica provocazione in mezzo alle differenti culture, capace di scuotere la coscienza degli uomini. All'interno di una cultura, agisce come un fermento evangelico volto a purificarla e a farla progredire
[1].

"Il modo di pensare e di agire di chi segue Cristo più da vicino, infatti, dà origine ad una vera e propria cultura di riferimento, serve a mettere in luce ciò che è disumano, testimonia che Dio solo dà ai valori forza e compimento. Un'autentica inculturazione aiuterà, a sua volta, le persone consacrate a vivere il radicalismo evangelico secondo il carisma del proprio Istituto e il genio del popolo col quale entrano in contatto. Da questo fecondo rapporto scaturiranno stili di vita e metodi pastorali che potranno rivelarsi un'autentica ricchezza per tutto l'Istituto, se risulteranno coerenti con il carisma di fondazione e con l'azione unificante dello Spirito Santo"[2].

Sviluppare il dono ricevuto

Essere degli eredi fedeli al dono che lo Spirito ha concesso ad una famiglia religiosa esige una creatività costante; accogliere oggi il dono fatto alle origini ai fondatori, vuol dire non solo cercare di conservarlo, ma anche di approfondirlo e di svilupparlo[3].

I termini approfondire e sviluppare sono stati spesso trascurati nella riflessione degli istituti che hanno, invece, sottolineato soprattutto l'importanza di salvaguardare il dono ricevuto; questo, tuttavia, non è possibile senza che esso sia costantemente approfondito e sviluppato.

Ancora oggi lo Spirito domanda ai membri degli istituti di essere disponibili e docili alla sua azione che è sempre nuova e creatrice. Lui solo può garantire in maniera permanente la vivacità e l'autenticità delle origini e infondere audacia per le nuove iniziative, affinché possano rispondere ai segni dei tempi. Bisogna dunque lasciarsi condurre dallo Spirito alla scoperta sempre creatrice dell'azione di Dio e ad una nuova comprensione del carisma ricevuto[4].

Lo sviluppo di un carisma e l'inculturazione di esso non possono effettuarsi per pura addizione di elementi, bensì attraverso un processo pasquale di vita-morte-risurrezione, di arricchimento e di purificazione in mezzo alla diversità dei contesti culturali; questo comporta sempre una bipolarità tra il carisma e le nuove culture, le quali, "entrando" nel carisma, mediante i nuovi membri, offrono nuove chiavi di lettura per la sua stessa comprensione.

L'incontro con nuove culture e nuovi popoli non può lasciare una famiglia religiosa immobile nella contemplazione di una storia già compiuta e che si vuole solo diffondere. L'incontro è autentico, invece, se comporta non solo un processo di adattamento alle nuove esigenze esteriori, ma soprattutto una rilettura del carisma e il suo sviluppo.

In questo sforzo di inculturazione, non basta mirare a rinnovare i metodi pastorali, né a meglio adattare le strutture dell'istituto, né ad esplorare con maggiore acume i fondamenti biblici e teologici della fede; occorre suscitare un nuovo slancio di santità nella comunità cristiana[5].

Consigli evangelici e nuove culture

Si parla oggi di una fioritura di vocazioni in Africa. Anche se parlare di cultura africana può generare la falsa visione di una uniformità di culture esistenti in un continente dove le lingue, le tradizioni e i costumi sono estremamente vari, il radicamento della vita consacrata in Africa suppone un certo numero di esigenze comuni, come l'assunzione di espressioni proprie della spiritualità africana: la gioia, il senso comunitario, la ricchezza della gestualità e dei simboli.

La pratica dei consigli evangelici deve tener conto di queste espressioni culturali, senza tuttavia ridurre le proprie esigenze. In una cultura in cui è esaltata la fecondità biologica, la castità deve essere affermata in rapporto a dei valori culturali che devono essere illuminati, essi stessi, dalla novità cristiana che rende più universale il senso di questa fecondità. I consacrati, facendo professione di castità, offrono la testimonianza di un amore esclusivo capace di generare un atteggiamento che lotta contro ogni tentazione tribalista e discriminatoria.

Il consiglio di obbedienza può evocare facilmente, nella cultura africana, potere e dipendenza, nozioni che hanno delle connotazioni culturali precise e che rinviano ad una memoria storica di schiavitù e di sfruttamento o semplicemente a una realtà, ancora attuale, di sottomissione all'autorità dei partiti unici, o ancora alle differenti forme imposte dalle chefferies africane. In tali contesti sociologici, l'obbedienza consacrata non potrebbe mostrare il suo volto evangelico liberatorio, senza manifestare all'anima africana il suo senso cristologico profondo che fa scoprire il senso della libertà, della dignità e favorisce lo sviluppo della persona, il dono di sé.

In un contesto di sottosviluppo, la povertà non può che essere percepita come una calamità. La testimonianza della povertà consacrata esprime il suo valore evangelico in un'opzione di solidarietà, di una spiritualità del lavoro e dell'impegno che dispone le persone consacrate al servizio della promozione del popolo e dei poveri.

 Si deve riconoscere che la vita consacrata si è impiantata in Africa con delle strutture spesso rigide. Gli istituti hanno vegliato gelosamente a preservare intatte le loro tradizioni davanti alle quali i nuovi candidati dovevano "inchinarsi". L'inculturazione della vita consacrata in mezzo alle culture africane domanda un lavoro in profondità e prima di tutto un "lavoro" di Dio con gli Africani.

Di ispirazione carismatica, la vita consacrata non sgorga da una semplice decisione dell'autorità e neppure dal riconoscimento della Chiesa locale. È una vita di sequela di Cristo; è dunque seguendoLo che i candidati dei paesi d'Africa potranno dare compimento a quest'opera di inculturazione, per suscitare una vita consacrata africana.

Silvia Recchi

 

 

 

 

 

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[1]
Cfr. Vita consecrata, 80.

[2] Vita consecrata, 80.
[3] Cfr. Mutuae relationes, 11.
[4] Cfr. Ripartire da Cristo, 20. Si legge ancora nel documento Mutuae relationes : "La nota carismatica propria di qualsivoglia istituto esige, sia nel fondatore che nei suoi discepoli, una continua verifica della fedeltà verso il Signore, della docilità verso il suo Spirito, dell'attenzione intelligente alle circostanze e della visione cautamente rivolta ai segni dei tempi, della volontà d'inserimento nella chiesa, della coscienza di subordinazione alla sacra gerarchia, dell'ardimento nelle iniziative, della costanza del donarsi, dell'umiltà nel sopportare i contrattempi: il giusto rapporto fra carisma genuino, prospettiva di novità e sofferenza interiore comporta una costante storica di connessione tra carisma e croce, la quale, al di sopra di ogni motivo giustificante le incomprensioni, è sommamente utile a far discernere l'autenticità di una vocazione. Anche ai singoli religiosi certamente non mancano i doni personali, i quali indubbiamente sogliono provenire dallo Spirito, al fine di arricchire, sviluppare e ringiovanire la vita dell'istituto nella coesione della comunità e nel dare testimonianza di rinnovamento. Il discernimento, però, di tali doni e il retto loro esercizio saranno misurati secondo la congruenza che essi dimostreranno sia con il progetto comunitario dell'istituto sia con le necessità della chiesa a giudizio della legittima autorità.", Mutuae relationes, 12.
[5] Cfr. Redemptoris missio, 90.

29/03/2011