Appunti di Spiritualità/34



 

L'AMICIZIA FRATERNA



 Quanto Tertulliano diceva dei cristiani in generale: "Cristiani non si nasce ma si diventa"
(Apologetico XVIII, 5), si può applicare senza alcuna difficoltà alla vita religiosa.  Non si nasce, infatti, membri di una famiglia religiosa, ma ci si diventa con una scelta personale. E ancor di più, il far parte di una comunità non è mai un dato acquisito una volta per tutte, ma una conquista giornaliera che dura tutta la vita. Chi crede che la propria appartenenza sia garantita solo dal fatto che un giorno pronunciò il suo "sì" ha già dichiarato il proprio fallimento. Per affrontare questa lotta nello spirito abbiamo bisogno di costruire la nostra casa sulla roccia della Parola del Signore (cfr. Mt 7, 24). L'ascolto della sua Parola diviene per questo il centro della vita comune. Da essa prende vita il corpo comunitario in tutti i suoi aspetti, anche l'amicizia reciproca tra fratelli e sorelle.

L'uomo è capace di Dio

In uno dei suoi scritti più famosi, Uditori della parola[1], K. Rahner sottolineava che l'uomo è per sua natura teso all'ascolto della Parola che viene dalla bocca dell'Eterno[2]. Egli è capace di accogliere la Parola che gli viene rivolta da Dio: "L'essere umano è in stato di ascoltare il messaggio di Dio e ricevere, mediante la grazia, la luce e l'eterna vita che si celano nelle profondità del Dio vivente"[3]. L'essere umano è, perciò, costituzionalmente "uditore della Parola". Tale condizione gli conferisce anche la dignità di uomo. Ora, l'uomo - dice Rahner - può ascoltare la Parola in virtù di una qualità che gli è propria: la potentia oboedientialis[4], cioè la facoltà di obbedire alla Parola che Dio gli rivolge. L'atteggiamento più autentico che compete all'uomo nei confronti di questa Parola che lo interpella sarà la risposta della fede: atto personale e libero. Ne consegue che l'essere umano è in grado di diventare partner di Dio[5]. L'uomo, per onorare se stesso e rispettare la dignità che gli è data, ha il dovere di ascoltare la parola di Dio nella quale l'Eterno rivela se stesso. La Parola rivelata diventa, allora, il luogo d'incontro tra Dio e l'uomo. Quest'abbraccio tra il Creatore e la sua creatura, però, può avvenire a condizione che l'uomo, amando liberamente, risponda alla chiamata di Dio con il suo "sì" personale.

Quanto detto è a maggior ragione valido per una comunità religiosa. Ogni membro che vi appartiene,  senza preclusione di cultura, origine sociale, popolo di appartenenza, è in stato di ascoltare la Parola, grazie alla sua costituzione umana. Egli non deve mendicare questa capacità presso altri, la possiede già in sé: lo costituisce nella sua natura di uditore della Parola e nella sua dignità di uomo. Quando questa facoltà dell'ascolto è repressa, ad esempio a causa di impedimenti di carattere relazionale, psicologici, o affettivi e si entra nella spirale dell'auto-commiserazione per incapacità, si attenta alla propria natura. In ogni caso si abdica alla stessa dignità di uomini.

La Parola è al centro della vita comune ed è il luogo dove la volontà del Signore si rivela e si incontra con il singolo. Chi l'ascolta non può rimanere indifferente. Al contrario, è invitato a rispondere in un atto d'amore responsabile e personale alla chiamata che scaturisce da quest'incontro. È sollecitato a costruire nella storia degli uomini, in modo attivo e creativo, il progetto di vita proprio della sua famiglia.

La risposta attiva e responsabile alla comunicazione di Dio è originata dall'attrazione che la Parola divina suscita in chi l'ascolta. Essa è sempre e prima di tutto risposta personale, poi comunitaria. Chi di fronte alle difficoltà dell'attuazione del progetto di vita comunitario reagisce con un atteggiamento passivo, remissivo, da vinto, ha perso in qualche modo la scintilla che era all'origine della propria vocazione.

Fondamento dell'amicizia

Nel suo aspetto più profondo, la Parola ascoltata chiama ad entrare in un rapporto d'amicizia con la persona di Gesù, la Parola fatta carne. È Gesù stesso che lo attesta nel suo discorso d'addio: "Non vi chiamo più servi ma amici" (cfr. Gv 15, 15). Da qui la domanda sul cosa comporta essere amici di Gesù, che cosa sia veramente l'amicizia.

comfrat.jpgBenedetto XVI così si esprime in proposito: "L'amicizia è una comunione del pensare e del volere, è volere le stesse cose e non volere le stesse cose. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: 'Conosco i miei e i miei conoscono me' (cfr. Gv 10, 14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr. Gv 10, 3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell'infinità dell'universo. Mi conosce in modo del tutto personale"[6].

Affinché l'amicizia sia autentica, anche da parte dell'uomo è richiesta la stessa tensione per conoscere sempre meglio il Signore: nella Sua Parola, nella preghiera, nella comunione dei Santi, nella vita della Chiesa, nelle persone che si incontrano sul proprio cammino.

Alla conoscenza si aggiunge la comunione del volere. "Significa, - dice Benedetto XVI -, che la mia volontà cresce verso il "sì" dell'adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell'amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso"[7].

Infine, l'amicizia è suggellata dal dono della vita. Gesù dà la sua vita per i suoi amici (cfr. Gv 15, 13; 10, 15). Ecco, allora, la necessità che nasce da una dinamica interna all'amicizia con Gesù: vivere la propria vita non per se stessi, ma di viverla insieme a Gesù per gli altri.

L'amicizia fraterna

Nella comunità religiosa il primo frutto che scaturisce dall'amicizia con Gesù è l'amicizia fraterna: "Ecco, com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme!" (Sal 133, 1), recita il Salmo. A quest'inno fa eco San Francesco di Salesun maestro dell'amicizia spirituale, San Francesco di Sales, quando scrive: "È bella cosa amare in terra come si ama in cielo, ed imparare a diligersi scambievolmente in questo mondo come faremo in eterno nell'altro! Io non parlo qui del semplice amore di carità, perché questo deve portarsi a tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale per cui due o tre o più anime si comunicano la loro devozione ed i loro affetti spirituali fino a diventare fra loro uno spirito solo"[8].

Questa gioia della comunione fraterna, questo "stare bene tra fratelli", anticipazione della comunione eterna, dipende dalla centralità che occupa nella vita dei singoli la persona di Gesù. La sua fisicità, i suoi criteri di giudizio sull'uomo e sul mondo, il suo rapportarsi con i poveri, i malati, gli ultimi, il progetto di vita di cui si fa portatore fino alla morte in croce sono il punto di riferimento. Non sono i criteri orizzontali che fondano le amicizie all'interno di una famiglia religiosa. L'unità tra i membri di una comunità può essere garantita solo da un punto superiore al quale ognuno deve guardare e convertirsi, cambiando criteri di giudizio e atteggiamenti consolidati. Il punto superiore, il cemento che garantisce l'unità è, appunto, l'amicizia personale con Gesù.

Se nel mondo l'amicizia può essere fondata su cose anche buone, tipo l'affinità di carattere, l'assonanza psicologica, la simpatia reciproca, gli interessi comuni, la solidarietà, per un religioso questo non può bastare. Certo, ci possono essere delle simpatie umane che legano alcune persone tra di loro più che con delle altre. Ma quando si sceglie una vita religiosa, si opera un salto di qualità, e i criteri di giudizio diventano altri da quelli del mondo. Ritorna il punto della centralità della persona di Gesù.

Prendendo un esempio tratto dalla vita della Chiesa, la grande crisi che l'ha investita negli ultimi tempi, sicuramente nel mondo occidentale, è stata quella di aver oscurato proprio la persona di Gesù Cristo. Si è messo l'accento sull'importanza dei valori filantropici scaturiti dalla sua predicazione, tipo la bontà, la solidarietà, la fratellanza, l'aiuto ai più poveri. Alla fine questi valori si sono sovrapposti alla persona di Gesù, e la Chiesa si è trasformata in un ente assistenziale, in una "stazione di servizio", in un garante della buona moralità. I preti sono finiti per essere dei funzionari del culto, che predicano uno sdolcinato vangelo della solidarietà umana.

Lo stesso avviene nella micro-ecclesia, che è la comunità religiosa, quando non si cura la propria vita interiore e si trascura il dialogo con la fonte che la nutre. Spesso ci si rifugia in un attivismo di tipo sociale, umanitario, pastorale e si rischia di tagliare ogni legame con Gesù: lo si allontana lentamente dalla nostra vita per divenire, infine, un estraneo.

È partendo dall'amicizia con Gesù che si stabiliscono sani rapporti comunitari tra persone che vogliono vivere nella storia la stessa chiamata-missione che hanno abbracciato personalmente. In altre parole, fratelli e sorelle di una stessa comunità diventano "veri" amici tra di loro solo se hanno una "vera" amicizia con Gesù, se lui è l'"Amico".

Venendo meno quest'amicizia, i rapporti reciproci si sgretoleranno, non dureranno a lungo.

 Senza più un punto ricapitolativo trascendente che spinge ogni membro a superarsi e vincere le proprie inclinazioni negative naturali, e a perfezionare tutto ciò in un processo continuo di conversione, ognuno tornerà a quello che era prima di abbracciare la vita comunitaria. Così il superbo, dopo aver sperimentato per un tempo la bellezza dell'umiltà e del vivere armonicamente con gli altri, tornerà a vivere nella solitudine della sua superbia, come il forte, l'intelligente, il prepotente, il ricco; il timido, il debole, il poco dotato, il povero, ritorneranno anch'essi ad essere quello che erano. Prevarranno le simpatie o le antipatie umane, le affinità psicologiche, i piccoli interessi e convenienze personali. Alcuni si costruiranno un proprio mondo all'interno della comunità; altri finiranno per prendere una strada diversa. In entrambi i casi, si distruggerà il bene grande della vita comune.

La sete della parola di Gesù, il desiderio di entrare in colloquio con Lui, di cercarlo, di essere suoi amici è la medicina che cura la divisione e la dispersione. Questo è il rapporto che dobbiamo cercare, giorno per giorno, di nuovo. Solo tale centralità garantisce l'amicizia tra fratelli e sorelle della stessa famiglia religiosa.

Maurizio Fomini

 



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[1] K. Rahner, Uditori della parola, Borla, Roma 1977.
[2] Cfr. K. Rahner, Uditori della parola..., 98.
[3] K. Rahner, Uditori..., 60.
[4] Cfr. K. Rahner, Uditori..., 49.
[5] Cfr. K. Rahner, Uditori..., 35-36.
[6] Benedetto XVI, Omelia pronunciata nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno 2011), in www.vatican.va
[7] Benedetto XVI, Omelia pronunciata..., in www.vatican.va
[8] San Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota o Filotea, III, 19, Utet, Torino 1946, 221.

05/07/2011