Comprendere il Diritto Canonico/51


 

LA RINUNCIA DEL PAPA AL MINISTERO PONTIFICIO

 

 

L’evento fa ormai parte della storia. Quando il lunedì 11 febbraio, alle ore 12.00, Benedetto XVI ha annunciato che rinunciava al suo ministero pontificio, la sorpresa è stata generale, anche tra gli stessi Cardinali riuniti in Concistoro.

Il suo discorso, pronunciato in latino, non lasciava dubbi.

“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. … Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice[1].

I media hanno diffuso questo annuncio che ha suscitato sorpresa in tutto il mondo. Eppure Benedetto XVI ha rigorosamente rispettato il diritto della Chiesa che prevede che il Romano Pontefice possa rinunciare al suo incarico.

La normativa canonica

Il Romano Pontefice ha il diritto di rinunciare al suo ufficio. In effetti, le cause di cessazione del primato del Papa previste dal diritto della Chiesa sono: la morte e la rinuncia.

Per quanto riguarda la cessazione dell’ufficio a causa della morte del Papa, ne parla soprattutto la Costituzione apostolica Universi dominici gregis[2], dando la normativa che regola la vacanza della Sede Apostolica in tutti i dettagli.

Alla rinuncia al primato pontificio, la Costituzione fa dei brevi riferimenti (cfr. nn. 1 e 3), ma è soprattutto il can. 332 §2 del Codice di diritto canonico che ne esplicita le condizioni.

Il canone afferma che la rinuncia deve essere libera, non imposta, emessa in stato di padronanza di sé e che deve essere debitamente manifestata, vale a dire fatta per iscritto o davanti ad almeno due testimoni. Benedetto XVI l’ha annunciata liberamente, dopo aver ripetutamente esaminato la sua coscienza, davanti ai Cardinali riuniti in Concistoro.

Il can. 332 §2 aggiunge, inoltre, che tale rinuncia, per essere valida, non ha bisogno di essere accettata da nessuno[3].

La rinuncia a un ufficio nella Chiesa

Il diritto canonico prevede la rinuncia a un ufficio ecclesiastico.

Si distingue normalmente la rinuncia volontaria, liberamente presentata dal titolare dell’ufficio, e la rinuncia sollecitata. Quest'ultima si verifica, ad esempio, quando si è raggiunto il limite di età (cfr. cann. 186, 354, 401 §1) o a causa di una infermità, oppure per ulteriori motivi che rendono la persona inabile a compiere il suo ministero (cfr. can. 401 §2).

Affinché la rinuncia sia legittima, si richiede una "giusta causa", cioè che sia basata su elementi che possono giustificarla a livello soggettivo (le condizioni particolari del soggetto) e a livello oggettivo (il bene della Chiesa, la salvezza delle anime...).

Il titolare dell’ufficio, per rinunciarvi, deve essere responsabile delle proprie azioni. Sarebbero dunque giuridicamente nulle le rinunce fatte in stato di ebbrezza o in una condizione di violenza fisica, di timore grave, o ancora a causa di un errore, di dolo o di simonia (cfr. can. 188).

Il diritto definisce anche la forma esterna della rinuncia che deve essere comunicata per iscritto o per via orale davanti ad almeno due testimoni. Inoltre, la rinuncia potrebbe essere revocata dalla persona che l’ha fatta, se non è ancora diventata effettiva, ma dal momento in cui entra in vigore, non può essere più revocata (cfr. can. 189 §4).

Nel Codice di diritto canonico, si parla di rinunce che devono essere accettate dall'autorità competente affinché abbiano effetto e che devono, dunque, essere presentate all'autorità che ha provveduto all'ufficio. Altre rinunce, invece, hanno valore in sé ed entrano in vigore dalla semplice comunicazione che ne fa la persona che rinuncia (cfr. can. 189 §3).

Tra le rinunce che devono essere accettate, c’è la rinuncia all’incarico che un Vescovo presenta al Papa (cfr. can. 416) o quella che un parroco presenta al suo Vescovo (cfr. can. 538 §1). Invece, non c’è bisogno di accettare la rinuncia del Romano Pontefice al suo incarico[4].

La rinuncia fatta da Benedetto XVI non ha, quindi, bisogno di essere accettata; entra in vigore ipso iure, mediante la manifestazione legittima e formale fatta dal titolare.

Il potere del Romano Pontefice

Il canone che regola la rinuncia al ministero pontificio è giuridicamente coerente con il canone che definisce il potere del Romano Pontefice.

Quest’ultimo possiede nella Chiesa una potestà ordinaria, legata alla sua funzione in maniera regolare e permanente; suprema, cioè alla testa della gerarchia ecclesiastica in modo che ogni altra autorità gli è subordinata[5]; piena, cioè illimitata nella Chiesa quanto a pienezza ed estensione (il Papa ha la pienezza delle funzioni di santificare, insegnare e governare); immediata, in virtù del suo diritto di intervento diretto, in ogni momento e senza la necessità di intermediari; universale, vale a dire sulla Chiesa tutta intera, su ogni Chiesa particolare e su ogni fedele (cfr. can. 331).

Il Romano Pontefice ottiene tale potestà piena e suprema nella Chiesa mediante l’elezione legittima da lui accettata, insieme all'ordinazione episcopale (cfr. can. 332 §1).

Nella persona del Papa, quindi, sono unite la pienezza del potere di giurisdizione (potestas regiminis) e quella del potere di ordine (potestas ordinis).

Quest’ultimo è legato al sacramento dell'ordine sacro la cui pienezza è conferita con l'ordinazione episcopale. Il Papa è il Vescovo di Roma e dispone di tutti i poteri sacramentali conferiti ai Vescovi.

Il potere di giurisdizione gli conferisce le facoltà per governare la Chiesa; a riguardo possiede delle competenze e delle prerogative proprie, che non si limitano ad una semplice funzione di supervisione, di rappresentanza o di ispezione.

La potestà di governare e di insegnare, come pure il carisma dell'infallibilità, gli sono accordati dal momento dell’accettazione della sua elezione, anche prima della sua ordinazione. Se un semplice chierico, sacerdote o diacono oppure un laico dovesse essere eletto Papa (cosa che è canonicamente possibile, anche se oggi molto improbabile), dovrebbe ricevere immediatamente gli ordini sacri fino all’ordinazione episcopale (cfr. can. 332 §1), senza che la potestà di governo ne sia dipendente.

Chi fosse stato eletto Papa senza aver ricevuto l'ordine sacro sarebbe impedito solo di esercitare la potestà dell’ordine episcopale, ma non la potestà di governo. Nella storia della Chiesa, ci sono vari esempi a riguardo. Si può citare Bonifacio VIII che, durante il breve periodo di mesi che ha separato la sua elezione a Pontefice dalla sua ordinazione episcopale, ha annullato tutte le nomine ecclesiastiche fatte dai suoi due predecessori, Nicola IV e Celestino V, e sospeso tutte le dignità ecclesiastiche create da quest'ultimo senza neanche il parere dei Cardinali. Un caso ancora più significativo è quello di Adriano V che regnò solo 38 giorni da diacono, ma i cui atti non sono mai stati in seguito annullati, nemmeno quello particolarmente importante dell'abrogazione della Costituzione di Gregorio X sul Conclave, voluta direttamente dal Concilio ecumenico di Lione[6].

Quanto all’eletto che è già Vescovo, la sua elevazione al Sommo Pontificato non aggiunge nulla in materia sacramentale, dal momento che ha già la pienezza del sacramento dell'ordine.

L’eletto diventa Papa appena ha risposto affermativamente alla domanda: "Accetti la tua elezione, canonicamente fatta, a Sommo Pontefice?", senza alcun’altra forma o condizione.

Che sia o meno Vescovo, colui che è eletto Romano Pontefice non riceve una missione canonica, perché nessun corpo e nessun dignitario della Chiesa è superiore al Papa, nemmeno il Collegio dei Vescovi né il Collegio dei Cardinali; riceve invece una missione di cui è investito direttamente da Dio, dal momento dell’accettazione della sua elezione (che è anche accettazione del ministero di Vescovo di Roma e, dunque, accordo a ricevere l'ordinazione episcopale eventualmente mancante).

Questa indipendenza del Papa da ogni istanza e da qualsiasi corpo ecclesiale è evidenziata anche in rapporto alla cessazione del suo incarico, a norma del can. 332 §2. Il Papa ha il potere di rinunciare all’ufficio, per il bene della Chiesa e senza sottoporre a nessuno la decisione.

Il potere di ordine rimane sempre in coloro che hanno ricevuto il sacramento dell'ordine, anche qualora ne perdessero l’esercizio, poiché il sacramento imprime nella persona un carattere indelebile che non può essere cancellato da alcuna autorità umana.

Non è così invece per la potestà di giurisdizione. Essa è temporanea e revocabile e cessa con la fine dell’ufficio e del servizio.

Mediante la sua rinuncia legittima, Benedetto XVI ha perduto la potestà di giurisdizione per governare la Chiesa e quindi ha cessato di essere Romano Pontefice.

Silvia Recchi


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[1] Benedetto XVI, Declaratio (11 febbraio 2013).

[2] Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica Universi dominici gregis, 22 febbraio 1996.

[3] "Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non che sia accettata da alcuno", can. 332 §2.

[4] L’altro caso di rinuncia che non ha bisogno di essere accettata è quella dell’Amministratore diocesano il cui atto di rinuncia deve essere semplicemente presentato al collegio dei consultori, cfr. can. 430 §2.

[5] Gli atti del Romano Pontefice sono senza appello, ugualmente il Papa non può essere giudicato da nessuno, cfr. can. 1404, 333 §3.

[6] Cfr. J.-B. d’Onorio, Le Pape et le gouvernement de l’Église, Tardy, Paris 1992, 69.


31/05/2013