Comprendere il Diritto Canonico/53 

 

 

LA CELEBRAZIONE DEL MATRIMONIO/1

Forma canonica e problemi pastorali in Africa


    

Un’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi si terrà dal 5 al 19 ottobre 2014 a Roma, dedicata alle “sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. Questo Sinodo è preceduto da un’ampia consultazione dei cattolici sull’evoluzione del modello di famiglia; tutte le parrocchie del mondo sono state invitate a rispondere a un questionario che comprende 39 domande relative a situazioni matrimoniali irregolari, alla contraccezione, all’omosessualità, al diritto alla comunione dei divorziati risposati.

Le differenti diocesi del Camerun hanno partecipato attivamente alla consultazione, inviando la sintesi delle loro conclusioni a Roma.

L’articolo che proponiamo offre una riflessione su un aspetto del matrimonio tra i più problematici nelle Chiese africane, cioè la difficoltà dei fedeli di aderire alla forma canonica prevista per la celebrazione di questo sacramento. 



 

Nel contesto africano, i fedeli si trovano spesso ad affrontare tre “tipi” di matrimonio: il matrimonio tradizionale o consuetudinario, il matrimonio civile e il matrimonio sacramentale.

Il matrimonio tradizionale è considerato il vero matrimonio, poiché dà diritto alla vita comune e alla procreazione dei figli. Sottomesso alle diverse tradizioni che celebrano la fertilità più che la fedeltà, è aperto eventualmente alla poligamia che è contraria all’unità del matrimonio sacramentale.

Il matrimonio civile interessa per lo più le categorie sociali più “modernizzate”; in alcuni Paesi esso è obbligatorio prima della celebrazione del matrimonio religioso.

Quest’ultimo, meno comune, riguarda una minoranza, nonostante l’altissima considerazione di cui gode. Molto spesso è celebrato in età matura, quando la fertilità della coppia è ormai consolidata e quando si è sicuri della sua stabilità. Inoltre è generalmente costoso e suppone, secondo le diverse tradizioni, il pagamento totale della dote richiesta dalla famiglia della donna, una condizione sine qua non per la celebrazione del matrimonio.

L’aspetto personalistico del consenso matrimoniale, come implicito nel can. 1057 §1 del Codice della Chiesa, che caratterizza il matrimonio sacramentale, è talvolta opposto alla visione della grande famiglia africana che valorizza maggiormente i diritti della comunità e delle famiglie che quelli dei coniugi.

La forma canonica del matrimonio pone, inoltre, un altro problema di natura antropologica, perché è spesso percepita come un prodotto del mondo occidentale. La dimensione puntuale del consenso degli sposi che la caratterizza contraddice la visione del matrimonio per tappe progressive propria a molte culture africane.

Non è quindi sorprendente che numerosi fedeli in Africa siano uniti solo dal matrimonio tradizionale. In questo caso essi non sono considerati sposati dalla Chiesa e sono esclusi dai sacramenti, realtà questa che costituisce un grave problema pastorale nelle Chiese del continente.

Spesso i fedeli sposati secondo il diritto consuetudinario assumono effettivamente e vivono, di fatto, le proprietà essenziali del matrimonio cristiano, l’unità e l’indissolubilità, senza tuttavia esservi impegnati secondo la forma canonica; nella Chiesa sono considerati dei concubini ed esclusi dall’accesso ai sacramenti.

Vogliamo dunque considerare la forma canonica esigita per il matrimonio dei cattolici e la cui inosservanza determina l’invalidità dello stesso sacramento; esamineremo le sue componenti costitutive e quindi i problemi pastorali causati dall’assenza di esse.

Il matrimonio sacramentale e i suoi elementi fondamentali

Secondo il can. 1057, il matrimonio sacramentale richiede tre elementi essenziali per la sua validità: la capacità giuridica delle parti, il loro scambio del consenso e la forma giuridica prescritta per manifestarlo, ciò che noi chiamiamo “forma canonica”.

Il consenso matrimoniale, cioè l’atto della volontà con cui un uomo e una donna, giuridicamente capaci, si danno e si accettano reciprocamente con un patto irrevocabile per costituire il matrimonio, è l’elemento costitutivo e insostituibile e non può essere supplito da nessuna potestà umana (can. 1057). Per diritto naturale, nessuna formalità è richiesta per lo scambio di questo consenso; purché esso esista, sia libero e non impedito da situazioni dirimenti, il matrimonio iure divino potrebbe dunque essere concluso dalle parti senza formalità alcuna.

Tuttavia, il matrimonio ha un’importanza di ordine sociale ed ecclesiale, oltre che individuale: è questo il motivo per cui la sua celebrazione, nell’interesse della comunità, degli sposi e delle loro famiglie, non può avvenire senza una qualche forma pubblica, secondo le modalità stabilite dal diritto. Questo è il principio fondamentale degli Stati moderni ed anche dell’ordinamento canonico.

Storia della forma canonica

Per capire meglio la nostra problematica, vogliamo evocare rapidamente la storia della forma detta canonica del matrimonio, fino alle formalità richieste dal diritto della Chiesa in vigore.

Prima del Concilio di Trento (1545-1563), nessuna forma giuridica era prescritta per la validità del matrimonio; di solito il matrimonio dei fedeli era celebrato davanti al sacerdote, ai genitori e agli amici. Per diritto naturale, i matrimoni clandestini (vale a dire conclusi privatamente, senza l’intervento di un sacerdote o di testimoni) erano di per sé validi, anche se illegali a partire da un determinato momento.

Il Concilio di Trento con il decreto Tametsi (11 novembre 1563) ha segnato una svolta. Infatti, per la loro validità, i matrimoni devono ora essere celebrati davanti al parroco proprio dei coniugi o a un sacerdote da lui delegato o all’Ordinario e ad almeno due testimoni. Il fatto è che, per essere vincolante, il decreto doveva essere promulgato in ogni parrocchia e questo non è avvenuto ovunque; quindi i matrimoni clandestini sono restati possibili e validi. La competenza del parroco era di carattere personale (vale a dire esclusivamente nei confronti dei propri fedeli e in qualsiasi luogo) ed era unicamente passiva (la sua sola presenza era sufficiente), il che rendeva possibile i matrimoni “a sorpresa”.

È solo sotto il pontificato di Pio X, con il decreto Ne temere della Congregazione del Concilio (2 agosto 1907) che la forma canonica stabilita al Concilio di Trento diventa ovunque obbligatoria. L’assistenza del parroco è ora di carattere territoriale (cioè all’interno del suo territorio) e non personale e deve essere “attiva”, nel senso che domanda e riceve il consenso libero delle parti, vale a dire senza coercizione, intimidazione o frode.

L’attuale Codice della Chiesa riprende sostanzialmente queste norme.

Forma canonica e liturgica

Non bisogna confondere questa forma canonica richiesta per la validità dei matrimoni dei cattolici con la forma liturgica della loro celebrazione che non è invece esigita per la loro validità.

La forma liturgica è costituita dai riti religiosi e dalle cerimonie che accompagnano il matrimonio cristiano ed esprimono l’evento ecclesiale e sacramentale. I ministri del sacramento del matrimonio sono gli sposi stessi. Nel matrimonio, infatti, il ministro e il soggetto non sono distinti come negli altri sacramenti. Il sacerdote e il diacono sono solo “assistenti”, vale a dire testimoni qualificati che domandano e ricevono il consenso delle parti. Non dimentichiamo che nella Chiesa i matrimoni clandestini (senza sacerdote) fino al decreto Ne temere erano validi e il matrimonio celebrato nella forma straordinaria (cioè senza sacerdote o altri assistenti) è tuttora valido. Il sacerdote e il diacono sono solo ministri di riti liturgici e delle cerimonie religiose del matrimonio (non del sacramento del matrimonio) e, come tali, invocano sugli sposi  la benedizione divina.

La forma canonica concerne invece le modalità previste dalla legge per la manifestazione del consenso degli sposi; la sua osservanza è necessaria affinché il consenso dato abbia un’efficacia giuridica nella Chiesa e il sacramento sia valido.

Come vedremo, il Codice parla di una forma canonica ordinaria e una forma straordinaria che ci proponiamo di prendere in considerazione.

Silvia Recchi



26/05/2014