Interviste/81

   

 

IN RICORDO DI MONS. JEAN ZOA/2


Mons. Jean Zoa, Arcivescovo di Yaoundé dal 1961 al 1998, anno della sua morte, fu una figura eminente dell'episcopato africano. Partecipò con interventi importanti al Concilio Vaticano II, al Sinodo sull'evangelizzazione del 1974 e alla I Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi nel 1994.

Proponiamo la seconda parte di un'intervista che ci aveva accordato nel 1994, alla vigilia del Primo Sinodo per l'Africa, e che fu pubblicata nella nostra rivista missionaria italiana "Missione Redemptor hominis".



HO PIETÀ DI QUESTA FOLLA

  Intervista rilasciataci da Mons Jean Zoa



* La Chiesa camerunese, nella lettera pastorale di Pentecoste 1990, ancor oggi di grande attualità, si è espressa con coraggio e chiarezza sulla crisi che attraversa il paese. La Chiesa lanciava un appello ai laici di mobilitazione, di formazione e di organizzazione per uscire dalla crisi. In questa prospettiva, quale ruolo può avere la dottrina sociale della Chiesa?

Nell'attuale momento, è necessario riscoprire e approfondire la dottrina sociale della Chiesa, una dottrina, però, che è molto estesa e non sempre di facile comprensione, perché la realtà che analizza è essa stessa estremamente complessa e richiede un linguaggio sofisticato.

Proprio perché il linguaggio che ha impiegato è ancora oggi accessibile anche alle persone semplici, mi piace riferirmi particolarmente all'insegnamento di Pio XI: le situazioni che ha affrontato, il nazismo e il comunismo, gli hanno permesso di ac­quisire un'apertura eccezionale sui problemi del mondo moderno. I principi capitali che ha individuato la partecipazione, la sussidiarietà, la necessità di strutture intermedie tra la gerarchia e il popolo, la responsabilità di ognuno nell'ambiente in cui vive costituiscono ancora oggi gli assi fondamentali intorno ai quali deve svilupparsi il discorso sociale della Chiesa in Africa.

In secondo luogo, una chiave per rendere pertinente la dottrina sociale della Chiesa nel contesto africano attuale è suggerita dai documenti del Vaticano II e consiste nella riaffermazione della dignità e della centralità dell'uomo nella creazione. Esiste una deformazione radicale dell'idea di sviluppo: credere cioè che si possa ottenere tutto e subito. Si dimenticano in tal modo quelle realtà che la Chiesa indica come basi della propria dottrina sociale: il lavoro, il rispetto della proprietà, il riconoscimento della necessità di un impegno e di uno sforzo prolungati, l'individuazione di un'autentica gerarchia dei bisogni. Se la dottrina sociale della Chiesa sfuggisse questi punti, sarebbe solo un inutile esercizio intellettuale. Infine, è fondamentale ricordare la destinazione universale dei beni. In questo tempo di crisi drammatica, ritorno spesso, nei miei discorsi, sul giudizio descritto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. È sorprendente che Gesù faccia del cibo, dei vestiti, della malattia ed anche della libertà il criterio per il giudizio finale, per l'esame definitivo.

* Nel 1974, durante il Sinodo per l'evangelizzazione fece scalpore la riproposta da parte del teologo camerunese Eboussi Boulaga di un moratorium, in forma estrema di démission, di ritiro di tutti i missionari, per facilitare la crescita autonoma delle Chiese locali africane. I Vescovi risposero fermamente in maniera negativa, sviluppando un'ecclesiologia di comunione, tema a Lei particolarmente caro. La proposta di un moratorium è ritornata però in emergenza anche in seguito. Il documento di Lavoro per il Sinodo ha voluto perciò puntualizzare il problema. Secondo Lei a che punto sono le relazioni fra Chiese africane e occidentali? Come sono vissute queste relazioni nella sua diocesi?

Innanzitutto queste relazioni sono molto concrete e anche molto positive, a livello di scambi, di personale, di aiuti finanziari, ecc.

Ciò che noto, però, nei nostri fratelli e sorelle occidentali, è una certa reticenza ad intervenire su alcune questioni, come se fossero degli stranieri. Io credo che, in quanto discepoli di Gesù Cristo, dobbiamo essere un po' più audaci e affermare con forza la realtà che viviamo: se facciamo parte di una stessa Chiesa locale, abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ben vengano eventuali contestazioni di questa posizione. Mi auguro anzi che siano accelerate le discussioni per sgombrare il terreno, anziché restare in situazioni ambigue.

Il termine comunione, già emerso nel Sinodo del 1974, sottintendeva quello di partnership che ha cominciato ad emergere nel linguaggio ecclesiale, ma che credo vada approfondito. Penso anche che questa partnership-comunione debba essere ridefinita in maniera più ampia, più generosa e più vera. Si deve spingere più in là, a livello delle domande (anche di rigore e trasparenza nell'utilizzazione dei fondi ricevuti dall'Occidente), della riflessione, della pianificazione, della sperimentazione, della messa in atto e riaggiustamento di progetti che richiedono molto tempo ed esperienza di cui, invece, le giovani Chiese sono carenti.

Mi sembra inoltre che la Chiesa, sul piano della formulazione dottrinale di una partnership-comunione, sia in ritardo rispetto al mondo civile internazionale. Quest'ultimo, infatti, lega la partnership ad un problema di sopravvivenza. Non si tratta di un problema a livello estetico, del bel gesto; si è parlato persino di diritto di ingerenza umanitaria.

Questo dibattito non può rinchiudersi dunque a livello clericale per il quale, al limite, potrebbero esserci anche delle ragioni per non augurarsi l'intervento di altre Chiese, ma non dobbiamo dimenticare il popolo di Dio e i suoi diritti.

* Il Sinodo africano, svolgendosi a Roma, è un'occasione per parlare anche alla società occidentale che rivolge al continente africano uno sguardo preoccupato, pessimista e irritato, anche per il premere dell'immigrazione. Quale messaggio vor­rebbe rivolgere in particolare ai cristiani del Nord del mondo?

Ad un afro-pessimismo, non si tratta di opporre un afro-ottimismo. Sono convinto che una rivalorizzazione della teologia e spiritualità della creazione, illuminate dal Vangelo tema che ho prima abbozzato possa dire una parola di speranza, po­tremmo dire di afro-realismo, che indichi il cammino di trasformazione delle condizioni attuali del nostro continente.

Concludendo, vorrei ancora sottolineare l'appello alla comunione e alla partnership. Salutandoci, vorrei cioè che facessimo nostra la chiarezza con cui negli Atti Paolo parlava a Pietro, che ci parlassimo con la stessa verità evangelica: siamo corresponsabili dell'unica missione.

Mi auguro perciò che si favoriscano gli incontri fra uomini, fra comunità, in differenti maniere, personalmente e tramite i mass-media. Questi incontri permetteranno soprattutto di conoscerci, di scoprirci. Altrimenti abbiamo solo una relazione finanziaria, un falso rapporto, laddove invece l'incontro fra persone e comunità è la scoperta delle reciproche ricchezze, limiti e responsabilità.

È necessario, inoltre, che coloro che gestiscono gli aiuti finanziari, abbiano presente nella mente e nel cuore le comunità che hanno donato e quelle che ne beneficeranno. Essi devono essere legame sacramentale fra comunità che dialogano, che si accordano e definiscono insieme le priorità. Le organizzazioni di cooperazione dovrebbero entrare in questo dialogo per definire insieme le solidarietà, i compiti, gli impegni, le priorità. Esse dovrebbero ricordarsi che la formulazione di proposte è compito innanzitutto di coloro che lavorano sul campo, i quali devono comunque farsi rimettere in discussione dallo sguardo critico e interrogativo degli altri.

Un dialogo nella chiarezza e nella fiducia ci permetterà di entrare in una nuova fase, per costruire insieme, in modo autentico, il Regno di Dio.

(A cura di Antonietta Cipollini)


 



19/05/2018