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CONCILIO, 60 ANNI FA L'ANNUNCIO DI GIOVANNI XXIII:

UNA DECISIONE ISPIRATA PER AGGIORNARE LA CHIESA/1

Il 25 gennaio 1959 il "gesto di tranquilla audacia" di Roncalli a San Paolo fuori le Mura




A confermarlo ci sono pagine diaristiche, lettere, appunti. Il lavoro di tanti storici e biografi. E le parole raccolte dagli ultimi testimoni. Giovanni XXIII, più che in familiarità con la storia della Chiesa, conosceva bene l'importanza del Concilio. E sui benefici recati da questo strumento lungo i secoli si era intrattenuto più volte con parecchie persone negli anni della delegazione di Istanbul, della nunziatura parigina, del patriarcato veneziano. Non solo. La convocazione di un Concilio era stata già considerata almeno due volte nel '900: con Pio XI (che poi lasciò cadere tutto aspettando di veder risolta la "questione romana"), e con Pio XII (al quale i cardinali Ernesto Ruffini ed Alfredo Ottaviani avevano affidato un memorandum con le ragioni per una convocazione: due abbozzi tenuti a lungo segreti, per il secondo dei quali era stato nominato responsabile della preparazione monsignor Francesco Borgongini Duca, amico sin dalla giovinezza di Angelo Giuseppe Roncalli, che potrebbe avergliene parlato prima del 1954, anno in cui morì).

Non è tutto. A sostenere da tempo come "convenienza" o "auspicio" un Concilio erano stati anche altri prelati e scrittori. Due esempi: il dossier redatto da monsignor Celso Costantini, titolato sotto la data 15 febbraio 1939 "Sulla convenienza di convocare un Concilio Ecumenico" con i vantaggi annessi; gli articoli con cui nello stesso periodo Giovanni Papini si augurava "una ripresa del Concilio", destinata ad essere "accolta con grandissima gioia dai cattolici di tutto il mondo".

Detto questo, quando, una volta eletto Pontefice, Angelo Giuseppe Roncalli tornò a pensare al Concilio? Con quali persone toccò il tema? Di chi l'ispirazione? E come si svolse quel 25 gennaio 1959, quando il Papa annunciò la sua decisione ormai sedimentata? Con quali reazioni considerando che metteva tutti innanzi ad una scelta sorprendente e irrevocabile? Proviamo a rispondere.

I sessant'anni che ci separano da quel "gesto di tranquilla audacia" (così titolò La Croix pochi giorni dopo) forse non sono ancora così tanti da farcelo dimenticare. Del resto non sono pochi gli studiosi che alle assemblee conciliari hanno dedicato lavori monumentali e sino all'arrivo di Papa Francesco il dibattito sull'ermeneutica del Vaticano II è stato costante.

Oggi sappiamo che dell'idea conciliare Giovanni XXIII, uscito dal conclave come "Papa di transizione" a settantasette anni, aveva parlato già all'indomani dell'elezione con il segretario don Loris Francesco Capovilla (futuro cardinale centenario, mancato nel 2016): "Me la confidò per la prima volta il 30 ottobre 1958, nemmeno quarantotto ore dopo l'elezione. Non era una decisione, ma nemmeno un'idea buttata lì. Il primo appunto scritto reca la data del 2 novembre. Giovanni XXIII accennava ai suoi collaboratori più intimi all'eventualità dell'universale collocazione, quasi en passant". Così Capovilla a chi scrive, in più di un'intervista, dove, dato conto del suo iniziale disagio e di quel che il Papa gli aveva detto ("Finché uno non mette il suo io sotto le scarpe non sarà mai un uomo libero"), indicava le prime persone con cui Roncalli ne aveva parlato (il confessore monsignor Alfredo Cavagna, monsignor Angelo Dell'Acqua, il sostituto della Segreteria di Stato...), non dimenticando di segnalare pure una prima nota documentale, il foglio delle udienze, che registra un colloquio con il cardinale Ernesto Ruffini il 2 novembre 1958 e dove tra i temi esaminati figura il "Concilio".

Come confermato dagli interessati, sempre in novembre l'argomento viene toccato in conversazioni con il cardinale Giovanni Urbani, suo successore a Venezia, e monsignor Girolamo Bortignon, vescovo di Padova; in dicembre in un'udienza concessa il 12 al cardinale Gregorio Agagianian; all'inizio del gennaio '59 in un incontro del papa con l'amico don Giovanni Rossi, che allude al Concilio senza nominarlo in un articolo uscito a metà gennaio, rivelando che il Papa fra "tante cose tutte belle" gliene ha confidato "come un gran segreto, una sua", commentando "sarà nel nostro tempo uno dei più gloriosi fasti della Chiesa e il più memorabile del suo pontificato". Nel piccolo elenco appena abbozzato manca però, sino ad ora, il principale collaboratore di Giovanni XXIII: il segretario di Stato Domenico Tardini. Il Papa tiene al suo parere, ma si spinge a chiederglielo come un conforto in più solo quando è certo che la sua non è "fantasia peregrina", ma  "una ispirazione che lo obblighi a sottomettersi, come sempre, alla volontà di Dio".

Come avrebbe dichiarato più tardi, l'idea del Concilio non era maturata in lui "come il frutto di una prolungata meditazione, ma come il fiore spontaneo di una primavera insperata". "Per l'annuncio del Concilio ecumenico noi abbiamo ascoltato una ispirazione; noi ne abbiamo considerato la spontaneità, nell'umiltà della nostra anima", dirà in un messaggio al clero veneziano. "Ho considerato come ispirazione celeste anche quest'idea del Concilio...", spiegherà agli osservatori acattolici invitati all'assise il 13 ottobre 1962. E il mese prima, l'11 settembre in un appunto scriverà di "una grazia dell'Altissimo", che gli ha fatto "apparire come semplici ed immediate di esecuzione alcune idee per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vasta portata e responsabilità in faccia all'avvenire, e con immediato successo...", aggiungendo di aver pronunciato "in un primo colloquio col mio segretario di Stato il 20 gennaio 1959, la parola di Concilio ecumenico, di Sinodo diocesano e di ricomposizione del Codice di Diritto Canonico, senza aver mai pensato, e contrariamente ad ogni mia supposizione o immaginazione su questo punto". "Il primo ad essere sorpreso di questa mia proposta fui io stesso, senza che alcuno mai me ne desse indicazione. E dire poi che tutto mi parve così naturale nel suo immediato e continuo svolgimento", conclude qui Roncalli.

Ufficialmente, Giovanni XXIII parlò dunque con Tardini del Concilio ("tutta iniziativa ed in capite giurisdizione sua") ma anche del Sinodo per Roma e dell'aggiornamento del codice (idee queste meno "sue") il 20 gennaio 1959, in udienza, dopo aver già accennato alla cosa in un colloquio precedente di alcuni giorni. Ma riapriamo il diario del vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale: "Nel colloquio con Tardini segretario di Stato volli assaggiare il suo spirito circa l'idea che mi venne di proporre ai membri del S. Collegio che converranno a San Paolo il 25 corrente per la chiusura dell'ottavario di preghiere, il progetto di un Consiglio [sic] Ecumenico da radunarsi omnibus perpensis a tempo debito coll'intervento di tutti i vescovi cattolici di ogni rito e regione del mondo. Ero assai titubante ed incerto. La risposta immediata fu la sorpresa più esultante che mi potessi aspettare. 'Oh! Ma questa è un'idea, una luminosa e santa idea. Essa viene proprio dal cielo, Padre Santo, bisogna coltivarla, elaborarla e diffonderla. Sarà una grande benedizione per il mondo intero'. Non mi occorse di più. Ero felice. Ringraziai il Signore di questo disegno che riceveva il primo sigillo che potessi attendermi quaggiù a pregustamento di quello celeste che umilmente confido non mi vorrà mancare. Ave mundi spes Mari: ave mitis, ave pia".

È con queste parole della sequenza mariana di Innocenzo III che Giovanni XXIII chiude la sua nota del 15 gennaio 1959: la prima con un riferimento esplicito al Concilio. Due giorni dopo il diario segna una "giornata carica di udienze importanti" e, in basso, sotto uno spazio vuoto, riporta: "A sera mgr. Dell'Acqua mi parla di una possibilità di celebrare prima ancora di un altro disegno di carattere universale, un Sinodo per la diocesi di Roma". Un secondo rimando al Concilio e il primo riferimento al Sinodo.

Marco Roncalli

(Continua)



© Vatican Insider - 10 gennaio 2019
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it



24/01/2019