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Cerimonia di saluto a Michele Chiappo

nel carcere di Hasselt



Domenica, 3 giugno, ho celebrato per l’ultima volta la messa nel carcere di Hasselt, di cui sono stato cappellano per sei anni, prima di partire per il Paraguay, mia prossima destinazione. Per l’occasione è stata preparata una cerimonia di saluto, della quale sono rimasto all’oscuro fino a pochi giorni prima. Oltre a molti detenuti e a membri del personale erano presenti il Vescovo emerito di Hasselt, Mons. Paul Schruers, e il cappellano capo delle carceri belghe. La presenza di Mons. Schruers rivestiva per me un significato speciale: fu lui che mi ordinò diacono in Camerun nel 1994 (circostanza alla quale ha fatto lui stesso allusione nel suo discorso), e fu proprio in seguito ad un colloquio con lui, assiduo frequentatore delle carceri, che sorse in me l’idea di lavorare in quell’ambiente.

Nel corso della cerimonia ho ricevuto varie manifestazioni di stima. Le più care sono state quelle dei detenuti. Mi hanno consegnato un quaderno con tante annotazioni personali: un ringraziamento, un ricordo, un episodio. Sono scritte in sedici lingue diverse, dall’ebraico all’arabo, dall’armeno al serbo, dal turco al wolof. Un prigioniero ha preso la parola a nome di tutti, affermando tra l’altro: “Attraverso la tua conoscenza della Bibbia e la tua esperienza pluriennale con i carcerati sapevi combinare consolazione e consiglio, sostenere e scuotere con parole semplici e con gesti. L’hai fatto non solo per noi, ma quando era necessario hai preso contatto anche con le nostre famiglie, le nostre donne, i nostri cari. Questo l’abbiamo apprezzato enormemente.

La calma che irradiavi durante ogni messa era quasi palpabile e sicuramente avrà avuto il suo effetto, cosciente o no, sui presenti. Ci mancherai, ma sappiamo che dall’altra parte del mondo proseguirai felice il tuo lavoro apostolico”.

Il direttore generale, affiancato dai quattro direttori aggiunti, ha dichiarato: “Michele era un punto di riferimento per tutti, carcerati e personale, un valore sicuro, una garanzia. La sua partenza ci fa male, ma siamo contenti per lui e confidiamo che dovunque andrà, per quante difficoltà incontrerà, saprà affrontarle perché qui dentro si è fatto le ossa”.

Il cappellano capo mi ha trasmesso le felicitazioni e il saluto di molti colleghi di altri penitenziari. Si è congratulato per lo spazio conquistato in favore del servizio pastorale all’interno del carcere: inizialmente mal tollerato, si è poi affermato garantendo ai detenuti la possibilità di esercitare il loro diritto inalienabile all’espressione della loro fede. Per me, vedere che il servizio pastorale cattolico ha ormai i suoi spazi riconosciuti è fonte di soddisfazione.

Io ho ripensato a questi anni, rivedendo i volti di centinaia di carcerati che mi  hanno raccontato tutta la loro vita, confidandomi segreti e pene. Ho avuto la possibilità di conoscere dal di dentro dei mondi che conoscevo solo per sentito dire: dalla criminalità organizzata alla delinquenza giovanile, dalle tragedie familiari ai disordini psichiatrici, dagli abissi dell’abiezione a quelli che in carcere ci finiscono per sbaglio e sono davvero innocenti. È stata una scuola dura, ma ricca, e l’occasione per uno sguardo diverso, più ampio, sulla nostra società.



                                                                                  Michele Chiappo



13/06/07 
 
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